Nemtsov, confessa uno dei sospetti “Ucciso per denaro” I dubbi della famiglia

Nemtsov, confessa uno dei sospetti “Ucciso per denaro” I dubbi della famiglia

MOSCA . Un gruppo di sei trentenni, tutti amici e parenti tra di loro, sarebbe venuto a Mosca dalla Cecenia per uccidere l’oppositore politico Boris Nemtsov ai piedi del Cremlino, in una delle zone più presidiate di tutta la Russia. Questa è la versione degli investigatori moscoviti che hanno arrestato cinque presunti assassini e hanno assistito in diretta al suicidio del sesto che si è lasciato esplodere con una granata quando ha visto la sua casa di Grozny, circondata dalle forze speciali.
E il movente? “Il denaro”, ha risposto ai giornalisti una giudice del comitato investigativo sollevando tra gli oppositori una serie di interpretazioni scettiche e anche un po’ indignate: «Non si vorrà liquidare il delitto come conseguenza di una rapina o di un’estorsione? ».Probabilmente però il magistrato si riferiva solamente a un delitto su commissione, eseguito per conto di qualcuno che al momento rimane sconosciuto. Così avrebbe detto Zaur Dadaev, uno dei sei, in una breve confessione di poche parole senza fornire altri particolari. Dadaev è comunque un personaggio chiave. Decorato personalmente da Putin nel 2010 con una medaglia al Merito, è stato vice comandante del famigerato battaglione “Sever” (Nord) del ministero dell’Interno della Repubblica Cecena. Un battaglione specializzato nella repressione del terrorismo islamico cui sarebbe concessa licenza di rapimenti, rappresaglie, torture. Questo almeno secondo le accuse e le denunce della giornalista Anna Politkovskaja, o dei difensori dei diritti umani Natalja Estemirova e Stanislav Markelov, tutte vittime di misteriosi e irrisolti delitti politici compiuti in Russia negli ultimi nove anni insieme a quelli di altri giornalisti o semplici oppositori. Fino allo stesso ex agente del kgb Aleksandr Livtinenko, avvelenato con polonio radioattivo a Londra scatenando accuse pesantissime nei confronti dello stesso Putin.
Il soldato Dadaev è da ieri accusato formalmente dell’omicidio Nemtsov insieme al cugino Anzor Kubashev, che lavora a Mosca come guardia giurata presso un grande magazzino e che invece si proclama innocente. In carcere, come complici e favoreggiatori, ci sono anche il fratello minore di Kubashev, Shagid, e due loro amici di infanzia, tali Ramzan Bakhaev e Tamerlan Eskerkhanov.
Una banda nata e cresciuta nel villaggio ceceno di Itum Kale e poi trasferitasi nella confinante Inguscezia, altra repubblica islamica e ribelle, dove sarebbero stati compiuti parte degli arresti e delle perquisizioni.
Ipotesi convincente? Gli amici di Nemtsov e anche i rappresentanti di diverse fazioni dell’opposizione non ne sembrano troppo sicuri. Soprattutto resta forte la preoccupazione che le indagini possano prendere la stessa piega di quelle sul caso Politkvoskaja. Anche in quell’occasione, dopo un lungo e tormentato processo, furono condannati tre fratelli ceceni e un loro zio senza mai un solo sospetto sul movente o sul mandante. Natalja Nemtsova, figlia del leader ucciso non vuole neanche entrare nel dettaglio delle notizie sul fronte investigativo: «Quello di mio padre è stato un delitto politico. Bisogna saperne molto di più. Adesso c’è una brutta aria in Russia. La gente ha paura di esprimere pareri che siano discordanti da quelli ufficiali. Questo è il problema».
E mentre si discute sui possibili esecutori arriva la dichiarazione del governatore-dittatore della repubblica cecena, Ramzan Kadyrov, che sostiene una delle tesi più ridicolizzate sul web e nel passaparola da tutte le opposizioni. «E’ fortemente credibile — dice il governatore pupillo di Putin — che gli assassini siano rimasti traumatizzati e offesi dalle dichiarazioni antislamiche di Nemtsov dopo la strage parigina di Charlie Hebdo ».
A parte il tono, che sembrerebbe quasi giustificare l’omicidio, non risulta che Nemtsov abbia fatto chissà quale dichiarazione anti islamica degna di essere ricordata. Piuttosto, tra i giovani dell’opposizione, si dice che i battaglioni militari ceceni di Kadyrov sono estremamente pericolosi e indipendenti. Proprio Aleksej Navalnyj, il leader della protesta di piazza, alleato di Nemtsov, li aveva citati in una sua lettera aperta di qualche giorno fa come potenziali autori del delitto in quel clima generale di voglia di repressione di ogni forma di protesta che possa sconfinare in una specie di “Majdan russa” sull’esempio della rivoluzione di Kiev. Dalla Cecenia, sotto la regia del fedele Kadyrov, parte sin da maggio un copioso flusso di “volontari” che vanno a combattere nel Donbass a fianco dei ribelli filorussi. Proprio lì, nell’Ucraina dell’est che vive sul bilico di una fragilissima tregua, ci sarebbero diversi elementi irriducibili, contrari ad ogni accordo di pace che si ritengono “più patriotti dello stesso Putin” e che avrebbero tutto l’interesse di far crescere la tensione anche per scongiurare “cedimenti” da parte del Cremlino.
Ma sono tesi che si sussurrano tra siti Internet e ritrovi abituali dei giovani contestatori. La versione ufficiale è che l’inchiesta procede con grande velocità e che tutto sarà chiarito e reso pubblico «al massimo, nel giro di dieci giorni».


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