Reduci, sparatorie e attentati Il caos libico travolge la Tunisia

Reduci, sparatorie e attentati Il caos libico travolge la Tunisia
C’era un ragazzo che cantava la libertà di godersi la vita. Si faceva chiamare Emino e in Tunisia non c’è adolescente che non lo conosca. Emino si gellava i capelli, usava lenti giallo cromate, portava giacche nere e begli orologi. Faceva rap, ballava nei locali di Sidi Bou Said, non gli dispiaceva bere e tirare coca. Aveva aperto una casa di moda e i suoi video, lui fra cinque adoranti minigonnate che l’accarezzano, girano ancora sulle tv.
Due mesi fa, a 25 anni, Emino è sparito. L’altro ieri, è ricomparso su Facebook e ha postato la sua nuova vita. Barba lunga, kefia e mitra. È tornato a chiamarsi col suo nome, Marouane Douiri. Ha rinnegato musica e parole. Ed è partito per la Siria. «Rivolgo un appello a tutti i tunisini», ha scritto sul suo profilo: «Dobbiamo pentirci delle nostre vite sbagliate e combattere insieme per costruire lo Stato islamico anche a casa nostra».
Non stupisce che i simpatizzanti dell’Isis affollino la Tunisia e vadano al martirio: di Emino, se ne contano tremila (dice il governo), più probabilmente diecimila (dice l’organizzazione che assiste le famiglie di chi è andato nel Califfato) e fra i cinquanta terroristi più ricercati in tutto il Maghreb, la metà sono tunisini. Quel che impressiona, è che abbiano attaccato la capitale, Tunisi, e la sua cassaforte, il turismo. «Riservano il paradiso per sé, preparano l’inferno per tutti», ha scritto qualche tempo fa il quotidiano Le Temps , e nell’articolo e in quel «tutti» non era difficile leggere «gli altri»: partite per il jihad, ma non fatevi vedere. E se proprio dovete sparare, che sia alla larga da qui.
A quattro anni dalla rivoluzione, dopo due assassinii eccellenti e quattro morti nell’assalto alla scuola americana, una delle cose che finora sembrava governare la capitale era quel che un ex fedelissimo del deposto Ben Ali aveva velenosamente definito «l’accordo segreto dei complici»: tra i musulmani abbastanza moderati della Fratellanza di Ennahdha, alla guida del Paese nella fase più delicata della transizione, e i jihadisti duri e puri di Ansar al Sharia. Un patto che si vedeva: la guerriglia è sempre rimasta sullo Chambi, al confine algerino, dove si bombardava lontano dagli occhi del mondo; mai uno sparo a Djerba o a Hammamet. E se ci scappava il morto, era in qualche luogo ameno ed era di regola un soldato o un poliziotto: mai un civile, men che meno un turista.
Anche i disordini salafiti a Kairouane — che è nella piccola Tunisia è un po’ un mondo a sé: è pur sempre la quarta città dell’Islam e lì erano pur sempre comparse le Femen, a provocare le barbe sante coi loro spogliarelli — avevano solo lambito il centro del potere, che li aveva liquidati come un episodio.
Qualche ronda fondamentalista entrava nei buddha bar della Marsa e minacciava d’incendiarli, obbligando a coprire simboli blasfemi? I titolari buttavano una tovaglia sulle statue religiose stile Sri Lanka e il locale continuava a lavorare. Sull’Avenue Bourghiba comparivano pure le bandiere nere della Shahada, magari nel mezzo di manifestazioni con bimbi e palloncini? La polizia prendeva nota, e finiva lì.
Col disastro Libia, tutto è cambiato. Sono arrivati i profughi che possono permettersi case e macchine, centinaia di migliaia, e far lievitare il costo della vita con l’insofferenza dei tunisini. Lungo una frontiera facilissima da attraversare, è cominciato il viavai: seicento reduci dalla Siria e dall’Iraq (dati del ministero dell’Interno) che si fatica a tenere d’occhio; 400 cellule pronte all’azione fra Tunisi, Biserta e Kairouane; gli attentati a deputati, ex ministri, attivisti per i diritti umani, i covi scoperti e le sparatorie, i posti di blocco sulle strade che portano ai quartieri eleganti di Gammarth e di Cartagine… Un mese fa, l’Interpol ha segnalato armi e mezzi inviati dall’Egitto: fra Djerba e Tunisi, si sarebbe piazzato perfino un ex luogotenente «afghano» di Bin Laden.
A Ras Jédir, sul confine libico, ai primi del mese la polizia ha fermato uno strano medico con passaporto svedese mischiato a una missione umanitaria: era un super-ricercato, smascherato dalle impronte digitali. Tutti parlano del Califfato di Derna o di Sirte, ma un giornale tunisino ha intervistato il portavoce d’una milizia libica che ha lanciato l’avvertimento: «Cento chilometri più in là delle dogane, a Sabratha, s’è installato un nuovo campo d’addestramento. Chi ci va, fa sapere d’essere affiliato allo Stato islamico».
Tataouine, Zarzis, Gabés, Medenina: la geografia dell’emergenza passa per luoghi che sembravano sotto controllo. Dice il nuovo ministro degli Esteri tunisino, Bakush, che «la Libia è il terreno fertile di questo terrorismo». Bakush è uno che non vuole interventi armati nel Paese vicino, teme il disastro e al massimo punta a un contingente di peacekeeper nordafricani: all’ultima riunione della Lega araba, è entrato in polemica dura con gli egiziani che bombardano la Tripolitania, e qualcosa del genere l’ha ripetuto a Gentiloni.
Più sfumato Beji Caid Essebsi, «Bce», il presidente laico che in dicembre ha sconfitto Ennahdha. Dicono che lui s’aspettasse il peggio, ora che i musulmani morbidi non comandano (siedono ancora al governo, ma su piccole poltrone) e non «garantiscono» più gl’islamisti del Paese. Di corsa, il vecchio Bce aveva richiamato in servizio un contrammiraglio dei tempi di Ben Ali, che quelli d’Ennahdha avevano esiliato come addetto militare negli Emirati. Gli stava preparando poteri speciali e in Parlamento, proprio ieri, se ne doveva discutere: i terroristi sono arrivati prima.
Francesco Battistini


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