Sfida sotto al Cremlino: “Non abbiamo paura” Decine di migliaia in piazza per Nemtsov

Sfida sotto al Cremlino: “Non abbiamo paura” Decine di migliaia in piazza per Nemtsov

MOSCA. PUTIN non c’è dietro le finestre del Cremlino, ma guardano tutti lassù verso le cupole dorate che ci dominano dall’alto. Si sporgono da una nuvola mai vista di tricolori nazionali, si fanno largo tra cartelli, fotografie, mazzi di fiori, e telefonini che immortalano una scena storica. E non date retta alle versioni ufficiali, sono almeno ottanta, forse centomila, la più grande manifestazione spontanea mai arrivata così fisicamente vicino al simbolo del potere russo da oltre trent’anni. Un ragazzo dalla barba incolta e l’aria stravolta versa lacrime vere e mormora un pensiero comune a molti: «Anche se solo per piangere, ci hanno almeno lasciato arrivare fin qui. Boris ne sarebbe felice». E guarda oltre la folla, il cordone di poliziotti, gli antiquati pullmini delle truppe speciali, le immense ruspe arancioni disposte tra la Cattedrale di San Basilio e il resto della Piazza Rossa a presidiare questo corteo in memoria di Boris Nemtsov, assassinato proprio lì davanti, sul ponte Bolshoj Moskoretskij, dove ora si svolge una processione laica di russi di tutte le età e di svariate idee politiche. Per ricordare un amico ma soprattutto per dire: «Non abbiamo paura», come recita un cartello che fa subito il giro delle tv di tutto il mondo.
Poco prima di morire, Nemtsov era rassegnato come tutti gli altri a una manifestazione a forte rischio di flop, relegata dal Comune in uno sperduto quartiere di periferia. Si doveva protestare contro la crisi economica, l’inefficienza del governo e, tra le righe, contro la guerra in Ucraina. Adesso è diverso, si può andare ad arricchire l’altare spontaneo sul marciapiede che ancora porta i segni delle pallottole, deporre un qualsiasi omaggio, due rose, un biglietto, una sciarpa, un orsacchiotto di peluche. E dare un’occhiata, la più torva possibile, verso il cordone di sicurezza composto in realtà da ragazzi di leva imbarazzati e contriti. I patti con le autorità sono stati chiari: «Niente manifestazioni di carattere politico ». Sono autorizzate solo le lacrime.
Ma la tentazione è troppo forte. Qualcuno accenna il coro «Basta con la guerra». La folla che è già arrivata sul ponte, si anima all’improvviso e il grido si fa sempre più alto. E allora qualche altro azzarda, prima a bassa voce e poi sempre più forte: «Rossija bez Putina», una Russia senza Putin. È solo una prova. Ci si scambia sguardi complici mentre si avanza a un ritmo lentissimo, due passi al minuto, sul lungofiume. La polizia non reagisce durante la marcia, ma a fine giornata gli arresti saranno cinquanta. Il clima non è buono, troppi sono i sospetti, le paure, le cervellotiche rivelazioni che continuano ad arrivare sul tam tam dei social network, per sfidare la sorte. Nascosti tra anziani pensionati, studenti, militanti nazionalisti, vecchine con foulard e rosari, i leader dei vari movimenti lanciano segnali precisi: lasciamo perdere, non è il caso. Lo faceva sempre lo stesso Nemtsov, nelle manifestazioni di piazza che due anni fa avevano fatto paura al Cremlino. La sua saggezza, il suo senso politico, adesso lo ricordano tutti, erano stati sempre molto utili a un movimento allora appena nato e fatto soprattutto di giovani dilettanti dell’opposizione come quell’Aleksej Navalnjy che adesso dal carcere fa sapere di essere distrutto ma determinato a continuare.
Continuare cosa, e soprattutto contro chi, resta tutto da vedere. Troppe sono le divisioni, i punti di vista diversi. Tra le bandiere russe ne spiccano anche molte ucraine. Alcune sono legate insieme da una fascia a lutto. Un gruppo di ragazzi dai capelli molto corti e gli scarponi militari, mostra orgogliosamente le bandiere giallonere dello Zar. Altri invece hanno cartelli che dicono: «Il patriottismo è la morte dei popoli». Sul ponte la polizia ha arrestato Aleksej Goncharenko, deputato ucraino del partito del presidente Poroshenko. È sospettato di aver organizzato la strage di filorussi compiuta a Odessa in estate, all’inizio della guerra e ora rischia di diventare l’ennesimo motivo di tensione tra i due Paesi. Era arrivato insieme a molti amici russi dei movimenti liberali, ostentando una maglietta del sito web anti russo Ukrainskaya Pravda. È sta- to denunciato e consegnato nelle mani degli agenti da un gruppo di loro compagni di corteo, appartenenti però alle fazioni patriottiche che sostengono l’indipendenza del Donbass e che non vogliono gli accordi di pace che Putin sembra impegnato a rispettare.
Oggi si piange insieme, ma non si vedono presupposti per restare uniti. Si era capito già al punto di incontro, alla stazione Kitaj Gorod della metropolitana, sulla piazza Slavianskaya, a un passo da quello che fu il Comitato Centrale del Pcus. Volti tristi, sguardi bassi, un dolore comune ma poca familiarità. Anche nella lunga camminata, attraverso un percorso turistico ideale per le strade del centro, discorsi e commenti erano molto diversi l’uno dall’altro. C’era il giovane del gruppo di estrema sinistra “Lotta del Popolo” che accanto alle bandiere nere dei suoi compagni mostrava un elaborato cartello contro l’ambasciatore americano Tefft. Citava gli strani omicidi avvenuti durante il suo incarico in Georgia e poi in quello successivo in Ucraina. Una complessa ricostruzione dei fatti che faceva dire a chi leggeva: «Sono stati gli americani». Accanto, uno dei difensori della “Foresta di Khimki”, gruppo di ecologisti anti Putin, teorizzava invece come fosse evidente che «l’ordine sia partito dal Cremlino». «Difficile — gli spiegava con calma un compagno di marcia con un nastro nero sul petto — che sia stato deciso lì. Chi ha ucciso Nemtsov vuole sabotare la pace. Io penso di più ai fanatici nazionalisti». Dibattito civile e molto triste che svela la confusione del momento. Sintetizzata da Irina bionda trecciuta e giovanissima studentessa di filosofia: «Questo governo non mi piace, ma mi sento assediata, minacciata dall’esterno». E guarda in alto verso il solito elicottero della polizia che si abbassa a riprendere ogni immagine del corteo: «È la prima volta che lo guardo senza odio. Anzi, mi dà un senso di sicurezza».


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