Tisa, libertà di finanza

L’obiettivo principale dell’Ue è la deregulation dei servizi finanziari Ma il governo Usa, dopo la crisi dei derivati, è più prudente

Monica di Sisto, il manifesto redazione • 6/3/2015 • Copertina, Europa, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 874 Viste

I grandi espor­ta­tori di ser­vizi – il ser­ba­toio in cre­scita di posti di lavoro dove si genera il 70% del Pro­dotto interno lordo glo­bale – con in testa l’Europa e gli Stati Uniti, è da oltre 15 anni che pre­mono sull’Organizzazione mon­diale del com­mer­cio per­ché i con­fini dell’accordo gene­rale che li regola attual­mente (Gene­ral Agree­ment on Trade in Ser­vi­ces o Gats) venga for­zato e i ser­vizi ven­gano sem­pre più libe­ra­liz­zati, a par­tire dagli inve­sti­menti. In quella sede, però, i paesi emer­genti con alla guida Cina, India e Bra­sile hanno più volte fatto sal­tare il banco, dalla mini­ste­riale di Seat­tle in poi, per impe­dirlo. Capi­ta­li­smi di stato come quelli non pos­sono sop­por­tare, infatti, una sot­tra­zione estrema della sovra­nità sta­tale sulla gestione dei ser­vizi come quella pre­fi­gu­rata dalle pro­po­ste di Europa e Stati Uniti.
Nono­stante in pub­blico, però, soprat­tutto l’Ue con­ti­nui a pro­fes­sarsi con­vinta mul­ti­la­te­ra­li­sta, per aggi­rare l’ostacolo innan­zi­tutto ha con­di­viso con gli Stati Uniti il nego­ziato tran­sa­tlan­tico di libe­ra­liz­za­zione degli inve­sti­menti e del com­mer­cio, il fami­ge­rato Ttip, che sta cono­scendo uno dei prin­ci­pali osta­coli pro­prio sui ser­vizi finan­ziari. Prin­ci­pale obiet­tivo offen­sivo euro­peo, infatti, è un’ulteriore dere­gu­la­tion del set­tore, cosa che fa pro­blema all’esecutivo Usa per­ché vista come la peste dall’opinione pub­blica ame­ri­cana ancora scot­tata dalla bolla spe­cu­la­tiva dei deri­vati che li ha tra­sci­nati nella crisi del 2009. L’Europa, poi, insieme a Stati Uniti e Austra­lia nel marzo 2013 ha tra­sci­nato un super-negoziato per la libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi fuori dalle mura del Wto e lo ha comin­ciato a trat­tare in stretto riserbo a Gine­vra con al seguito altri 21 paesi stret­ta­mente inte­grati nei pro­pri spazi di mer­cato: Canada, Cile, Colom­bia, Costa Rica, Hong Kong, Islanda, Israele, Giap­pone, Corea, Lie­ch­ten­stein, Mes­sico, Nuova Zelanda, Nor­ve­gia, Paki­stan, Panama, Para­guay, Peru, Sviz­zera, Tai­pei, Tur­chia e Uru­guay. Il Trade in Ser­vi­ces Agree­ment (o Tisa) è, dun­que, ad oggi il più segreto e con­tro­verso dei pro­cessi di libe­ra­liz­za­zione com­mer­ciale mai azzar­dato, per dimen­sione e moda­lità di nego­ziato, i cui pochi e allar­manti testi noti sono stati dif­fusi «a tra­di­mento» da Wiki­Leaks, Bbc e dalle reti di ong attive sul com­mer­cio. Che oltre che un’operazione com­mer­ciale il Tisa vuole essere uno stru­mento geo­po­li­tico di pres­sione sui paesi emer­genti, lo dimo­stra la loro esclu­sione attiva dal tavolo, e il fatto che la Cina, che pure ha chie­sto da tempo di par­te­ci­pare, sia stata lasciata alla fine­stra fino ad oggi. Dal poco che si sa, l’allarme lan­ciato da società civile e sin­da­cati è più che dove­roso. Il nego­ziato pro­pone, infatti, una dere­gu­la­tion oriz­zon­tale dei ser­vizi finan­ziari, che azze­re­rebbe anche quelle poche misure anti-speculazione intro­dotte negli Usa dopo la crisi del 2007. Si intro­du­cono azioni spe­ci­fi­che per incre­men­tare il com­mer­cio dei dati e delle infor­ma­zioni via web, a danno della pri­vacy e della parità di accesso alla rete. Si indi­vi­dua nei ser­vizi sani­tari un poten­ziale com­mer­ciale enorme da aprire alla con­cor­renza inter­na­zio­nale, come denun­ciato dalla fede­ra­zione sin­da­cale Public Ser­vi­ces Inter­na­tio­nal e con­fer­mato dagli ultimi testi di cui è venuta in pos­sesso di recente la Bbc. L’accordo, poi, nei suoi det­ta­gli rimar­rebbe segreto per ben cin­que anni dopo la sua appro­va­zione defi­ni­tiva. La Com­mis­sione euro­pea, per tran­quil­liz­zare l’opinione pub­blica, ha con­vo­cato a fine feb­braio un Dia­logo con la società civile, cui abbiamo par­te­ci­pato come associazione.

«L’ultimo round nego­ziale dei primi di feb­braio, ospi­tato dagli Stati Uniti, secondo quanto abbiamo appreso dalla Com­mis­sione stessa – spiega il pre­si­dente di Fair­watch Alberto Zoratti, pre­sente all’incontro – non ha visto pro­gressi sostan­ziali dal punto di vista delle offerte da parte dei paesi par­te­ci­panti. Tra le que­stioni su cui l’Unione euro­pea sta pre­mendo ci sono l’accesso agli appalti pub­blici e la libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi finan­ziari e delle offerte pro­fes­sio­nali, ma dall’incontro non è emerso che cosa stiamo met­tendo sul tavolo nel do ut des nego­ziale, e il rischio di una acce­le­ra­zione della pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi pub­blici non è esclusa espli­ci­ta­mente, seb­bene i sin­da­cati euro­pei lo abbiano chie­sto da oltre un anno». L’utilità di que­sti mee­ting? «Rela­tiva – con­ti­nua Zoratti – aldilà di infor­ma­zioni gene­rali e di alcuni chia­ri­menti, il gioco vero si fa altrove, dove hanno accesso solo alcuni, pochi, pri­vi­le­giati. Che guarda caso sono pro­prio le lobby delle imprese».

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