Tra i tunisini in marcia con la bandiera sulle spalle “Abbiamo cacciato un raìs non ci piegheranno ora”

Tra i tunisini in marcia con la bandiera sulle spalle “Abbiamo cacciato un raìs non ci piegheranno ora”

 TUNISI. NEL piazzale sterrato davanti al museo del Bardo, c’è un angolo vicino alla staccionata che i manifestanti non calpestano. Una donna in jeans si china per poggiare sulla ghiaia una candela accesa, accanto una ragazza velata prega in silenzio, con gli occhi bassi. Nessuno ha ancora coperto quelle macchie brune che circondano un’unica rosa di stoffa. È il sangue dei turisti massacrati dal jihadista novellino, quello che, raccontano i testimoni, imbracciava il kalashnikov come fosse la prima volta. Forse da buon principiante ha voluto dar prova di zelo, tanto da aprire la mattanza prima ancora di essere nelle sale del museo, perché comunque sia quegli esseri che vedeva scendere dal pullman erano kafir , infedeli.
Accanto all’ingresso, nella mezza dozzina di corone di fiori spicca quella firmata dall’associazione Guide di crociera. Per Ahmedi, che da 33 anni porta in giro i turisti italiani, la presenza alla manifestazione è un obbligo: «Dobbiamo lottare perché la Tunisia resti un Paese moderno, una terra di pace e civiltà, con le braccia aperte a chi la vuole conoscere ». Gli avvocati manifestano in toga, i giovani con la bandiera tunisina sulle spalle. Spiega Leila Toubel, attrice teatrale fra le più apprezzate: «I tunisini hanno trovato l’energia per reagire alla dittatura nel 2010, l’hanno trovata dopo i primi attentati, dopo il primo omicidio politico, dopo la strage di soldati a Kasserine. La trovano oggi, per reagire alla strage, perché il sogno di donne e uomini è una Tunisia vestita di rosso e bianco, capelli al vento. E questi jihadisti non possono entrare nel nostro sogno. Siamo tutti pronti a prendere le armi per difenderlo ». Mokhtar Trifi, ex presidente della Lega tunisina per i diritti umani, si sente pessimista: «Non vedo energia nella lotta al terrorismo e contro le diseguaglianze sociali, quelle che hanno portato alla rivoluzione. Non c’è stabilità, e si vedono segni di un ritorno indietro». Più ottimisti sono i giovani: per Yathreb, ventenne velata, quello che conta è l’unità, che si ottiene superando anche le divisioni religiose. Muhamed, ventenne disoccupato, è sdegnato con chi ha attaccato «i turisti, che sono nostri ospiti».
Quando arriva la notizia che il sedicente Stato islamico ha rivendicato l’assalto sui siti del fanatismo online, annunciando che quello al «nido degli infedeli e del vizio in Tunisia è solo la prima goccia di una grande pioggia », fra i dimostranti si diffonde rapidissima la voce di un “allarme bomba”. Non si sa dove, non si sa chi lo proclama. Forse perché l’allarme è generico, quindi inutile, nessuno si preoccupa. O più probabilmente, alla fine il messaggio che si è diffuso è un altro. È lo stesso contenuto nelle parole di Humat al-Hima, “Difensori della patria”, l’inno nazionale che cantavano i parlamentari costretti a rifugiarsi in un sottoscala della Camera per sfuggire ai jihadisti. Sono gli stessi versi che appena pochi anni fa, un’era geologica dal punto di vista della politica, intonavano assieme agli slogan contro Ben Ali i ragazzi di piazza della Casbah, abbracciati dai soldati fino alla fuga del tiranno. Dice: “Leali alla Tunisia, viviamo una vita di dignità e moriamo una morte gloriosa”.
Lo chiarisce una volta per tutte Ahmed Galleb, ottant’anni, che non ha voluto rinunciare a fare la sua parte. Veterano della lotta per l’indipendenza, si è fatto accompagnare da figlio e nipotino per arrivare davanti al luogo della strage. «Paura? Macché. Tutti i tunisini sono contro questa barbarie. E nessuno ha paura».
Lontano dal museo, la città va avanti comme d’habitude , come ha sempre fatto. I marciapiedi sono pieni di famiglie a passeggio, i caffè di clienti. «La verità è che la reazione vera deve ancora arrivare», argomenta Mohamed davanti ad un espresso a l’Etoile di Nord, il locale degli studenti. E annuncia che ha già postato su Facebook un omaggio al sacrificio dei poliziotti, perché «questo è stato un attacco annunciato. Quello che deve ancora arrivare sarà molto peggio».
Ma nessuno si dà per vinto, nessuno molla. C’è chi accusa direttamente le responsabilità di altri Paesi, in prima fila il Qatar, c’è chi ricorda che il modo migliore per guardare al futuro è costruirlo, puntando sull’istruzione, sullo sviluppo, che sono medicine formidabili contro il fanatismo. E qualche segnale arriva anche dalle nuove generazioni. Nella sede di Ennahda un gruppo di giovanissimi ascolta lezioni di politica da un anziano in abiti tradizionali. È la politica in salsa islamica, di quell’islam che sulla democrazia ha giurato. E Habib, dieci anni, vince la timidezza per spiegare: «Da grande voglio lavorare con gli agenti delle Forze speciali, come mio papà. Per difendere il mio Paese».


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