Con il metodo Marchionne più vendite e nuovi posti ma ora serve un’alleanza

Marchionne e John Elkann stanno lavorando a una nuova alleanza. Si capisce che vorrebbero una fusione con General Motors ma si sa anche che il colosso di Detroit recalcitra

PAOLO GRISERI, la Repubblica redazione • 17/4/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 858 Viste

AMSTERDAM . Il metodo Marchionne comincia a dare frutti concreti anche in Italia. Le notizie giunte ieri da Amsterdam, da Bruxelles e da Torino sembrano smentire le previsioni negative degli scettici. E possono cambiare il clima intorno alla principale azienda privata che ha il suo azionista di riferimento in Italia. Sei anni fa di questi giorni, era il 30 aprile 2009, Marchionne era il risanatore di un’azienda italiana già sull’orlo del fallimento che annunciava all’America, nello scetticismo generale che avrebbe salvato la terza casa automobilistica Usa. Ieri mattina, nella sala grande al piano terra dell’ala Princehof del Sofitel Grand Amsterdam, Marchionne ha annunciato ai soci presenti che l’obiettivo di Fca per il 2015 è quello di vendere tra i 4,8 e i 5 milioni di auto a livello globale. Più del doppio di quanto faceva la Fiat risanata del 2009.
Certo «un mondo è cambiato », come ha detto ieri l’amministratore delegato a cominciare dalla sede della riunione dei soci. In un giorno sono andati in soffitta i riti delle lunghe assemblee torinesi che erano considerate brevi quando cominciavano alle 10 del mattino e si chiudevano a metà pomeriggio. Ieri l’ordine del giorno è stato esaurito in 100 minuti. Non è stato facile spiegare al cronista finanziario olandese giunto quasi per caso in sala stampa perché il piccolo azionista Zabarini, ex dipendente di Arese, chiedeva che i motori dell’Alfa fossero costruiti nell’hinterland di Milano. E riassumere in poche parole la guerra di campanile tra torinesi e milanesi sull’automobile. Storie di un altro secolo. Zabarini è stato uno dei tre piccoli azionisti italiani che hanno deciso di salire su un volo Klm per inseguire l’assemblea migrante. Gli altri sono rimasti a casa. C’erano più giornalisti in sala stampa che azionisti rappresentati in sala riunioni. Nelle stesse ore da Bruxelles arrivavano i dati sulle vendite conla tinentali nel mese di marzo. Anche qui il verso per Fca è cambiato. Il gruppo degli Agnelli è salito nelle consegne più del mercato e ora rappresenta il 6% delle vendite nel Vecchio continente. Merito soprattutto dei nuovi modelli prodotti in uno stabilimento italiano, Melfi, dove il gruppo è tornato ad assumere: altra inversione di tendenza molto importante per il sentimento degli abitanti della Penisola. Perché conferma che la strada verso il pieno utilizzo degli impianti in Italia è stata imboccata con decisione. E con il pieno utilizzo delle fabbriche aumentano gli utili e i salari.
I premi in busta paga legati ai risultati aziendali, annunciati ieri ai sindacati, sono la nuova versione di un’antica ricetta e rappresentano la conseguenza tangibile di una ristrutturazione che sta andando bene. Prima di arrivare a questi risultati ci sono stati sei anni di navigazio- ne difficile. La crisi, il braccio di ferro con la Fiom, il fallimento del piano Fabbrica Italia, hanno contribuito ad attirare su Marchionne uno scetticismo al quale l’ad ha risposto talvolta con atteggiamenti sopra le righe. Con la conseguenza che oggi anche i meno ideologizzati tra i suoi critici stentano ad apprezzare gli effetti di un metodo che, evidentemente, sta portando risultati positivi. Forse è un caso, ma certamente è un fatto che ieri la Fiom, per la prima volta nella storia recente, ha firmato un accordo con il gruppo del Lingotto in uno stabilimento Cnh dell’area torinese. Naturalmente non tutti i nodi sono sciolti. Il principale è quello delle dimensioni dell’azienda: 5 milioni di auto vendute nel 2015 non sono sufficienti a garantire un futuro sicuro. Così Marchionne e John Elkann stanno lavorando a una nuova alleanza. Si capisce che vorrebbero una fusione con General Motors ma si sa anche che il colosso di Detroit recalcitra. Forse memore dell’esito del precedente matrimonio fallito con Torino: non tutti gli ex sono come Richard Burton e Liz Taylor, che divorziarono e si risposarono in breve tempo.

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