Da Trie­ste all’Istria, una geografia sentimentale marcata

Le «Opere scelte» raccolte in volume da Bompiani. A cinquant’anni dalla morte rivisitiamo i luoghi dei romanzi di Pier Antonio Quarantotti Gambini: di lì è passata la Storia

Raffaele Manica, il manifesto redazione • 19/4/2015 • Copertina, Libri & culture • 1318 Viste

Il rito degli anni­ver­sari riserva tal­volta buone sor­prese. A cin­quanta anni dalla scom­parsa, ritorna visi­bile, con un impo­nente volume, Pier Anto­nio Qua­ran­totti Gam­bini, istriano e trie­stino (Opere scelte, a cura e con una bella intro­du­zione di Mauro Cova­cich, Bom­piani, pp. XLIV-1505, euro 35,00). Il volume com­prende alcuni tra i titoli migliori dello scrit­tore: i romanzi e rac­conti L’onda dell’incrociatore, Amor mili­tare, Il cavallo Tri­poli, I gio­chi di Norma; le memo­rie poli­ti­che e civili di Pri­ma­vera a Trie­ste; gli scritti di viag­gio Sotto il cielo di Rus­sia e Neve a Man­hat­tan, il car­teg­gio con Saba.
Qua­ran­totti, poi improv­vi­sa­mente scom­parso, pensò a un certo punto di orga­niz­zare le sue opere nar­ra­tive in un ciclo uni­ta­rio, Gli anni cie­chi, polit­tico che sem­pre ha sullo sfondo i ter­ri­tori intorno a Pola, così descritti da Ful­vio Tomizza in Alle spalle di Trie­ste: «un’Istria mar­ca­ta­mente e forse pom­po­sa­mente veneta, che in un certo senso mi esclude e che sento appar­te­nere di diritto al suo vero can­tore, Pier Anto­nio Qua­ran­totti Gam­bini, ma anche al Giani Stu­pa­rich di Rac­conti istriani». Né vanno tra­scu­rati due brevi quanto intensi rife­ri­menti di Tomizza ai ter­ri­tori del nostro can­tore: «Ciò non signi­fica che io non ami quel dono di Dio che si chiama Rovi­gno, o mi senta estra­neo ai pia­nori di terra bianca e pie­tra gialla sopra Capo­di­stria». L’Istria «quasi ano­nima» pre­di­letta da Tomizza è amata per­ché sem­bra «meno con­di­zio­nata dalla sto­ria»; l’Istria di Qua­ran­totti Gam­bini fu, al con­tra­rio, tanto intrisa di sto­ria da stra­ri­parne. Quei luo­ghi furono per Qua­ran­totti Gam­bini una radice bio­gra­fica e poi un modo di rap­pre­sen­ta­zione dove sem­brava di poter scor­gere, come in scor­cio, lo svol­gersi del tempo – un ampio arco di Nove­cento – nello spa­zio, che è sem­pre l’arte del rac­con­tare secondo il ritmo della vita. Una nota d’autore aggiun­geva alla data di nascita, nel 1910: a Pisino d’Istria, «città ita­liana che il trat­tato di pace attri­bui­sce alla Jugo­sla­via, da Gio­vanni e Fides Histriae Gam­bini”.
I due punti di rife­ri­mento di Qua­ran­totti Gam­bini, Trie­ste e l’Istria, si tro­vano ad atti­rare e a rag­grup­pare i suoi titoli, a par­tire dalla mitica Seme­della, che inau­gura come luogo per­duto e affet­ti­va­mente ritro­vato il ciclo degli Anni cie­chi – fino alla mera­vi­gliosa, ele­gan­tis­sima ras­se­gna di luo­ghi, pae­saggi e per­so­naggi con­se­gnata a Luce di Trie­ste. Lo strug­gi­mento e l’ansia del con­fine sono recati in Qua­ran­totti Gam­bini da una scrit­tura di grande calma sotto la quale agi­sce una feb­bre almeno di stessa gran­dezza. Quando comin­cia il rac­conto di Gli anni cie­chi, l’Istria sta nell’Impero austro-ungarico; poi sono, dal ’18 al ’43, ven­ti­cin­que anni di Ita­lia; dal ’43 al ’45 avam­po­sto della Ger­ma­nia hitle­riana sull’Adriatico: poi terra titina e jugo­slava, con Trie­ste che diventa con­fine, lembo ultimo di un ter­ri­to­rio per­duto, e con Capo­di­stria diven­tata irrag­giun­gi­bile.
Paolo de Brio­nesi Ami­dei, pro­ta­go­ni­sta degli Anni cie­chi, si imbarca a Vene­zia, passa per Trie­ste e fa cro­ciera verso l’Istria. E guar­dando Capo­di­stria lon­tana e sola da bordo del «Val­ma­rino», comin­cia a riper­cor­rere, nel ricordo di geo­gra­fia e sto­ria, il Nove­cento di quelle terre. Si vor­rebbe dire che, attra­verso Paolo e gli anni di cecità della sua infan­zia e ado­le­scenza, Qua­ran­totti Gam­bini ha accolto la sto­ria di quelle terre e ne ha infisse le radici come in un vaso più antico. Se si dà un’occhiata alla car­tina dell’Istria, scor­rendo con gli occhi e scen­dendo da Trie­ste verso la punta della peni­sola, verso Pola, giu­sto prima delle isole Brioni che danno l’origine ono­ma­stica al pro­ta­go­ni­sta degli Anni cie­chi, si incon­tra Rovi­gno, il segno più certo dell’accoglienza della sto­ria come luogo di civiltà e di umano sen­tire sul quale si posa la vicenda di Paolo. L’intreccio con la sto­ria, così sem­pre urgente, Qua­ran­totti Gam­bini lo ha rico­struito nella pre­messa a Pri­ma­vera a Trie­ste: «L’autore di que­sto libro – come tutti i suoi con­ter­ra­nei sopra i trent’anni – è nato sotto una domi­na­zione stra­niera: quella dell’impero austro-ungarico. Ha poi cono­sciuto, alla fine della prima guerra euro­pea e dopo un breve periodo di governo libe­rale, vent’anni di fasci­smo. Più tardi, durante la seconda guerra euro­pea, ha spe­ri­men­tato la dit­ta­tura nazi­sta (che nella Vene­zia Giu­lia, quasi annessa al Reich sotto l’autorità semi­so­vrana di un Ober­kom­mis­sar e Gau­lei­ter, pre­mette in modo par­ti­co­lare); e a guerra finita, nel mag­gio ’45, ha dovuto subire la dit­ta­tura comu­ni­sta del mare­sciallo Tito. Oggi infine (se è pos­si­bile dire infine) egli è cit­ta­dino del Ter­ri­to­rio Libero di Trie­ste, e pre­ci­sa­mente di quella Zona A ch’è ammi­ni­strata dagli angloa­me­ri­cani. In meno di sei lustri, fra guerre e paci: austriaci, ita­liani, ger­ma­nici, jugo­slavi, neo­ze­lan­desi, inglesi, ame­ri­cani; e libe­rali, fasci­sti, nazi­sti, comu­ni­sti. Sem­bra che l’ago di una bus­sola impaz­zita abbia voluto segnare, a una a una, tutte le dire­zioni della rosa dei venti: Vienna, Roma, Ber­lino, Bel­grado, Lon­dra e Washing­ton, e pro­prio nei momenti poli­ti­ca­mente più cri­tici per ognuna di que­ste capi­tali. Basta rile­vare ciò – forse – per espri­mere il dram­ma­tico destino di Trie­ste e dell’intera regione che sta fra l’Isonzo, le Alpi Giu­lie e il Quar­naro». La pri­ma­vera di cui si parla va dal 29 aprile al 12 giu­gno del ’45, «un periodo in cui con­verse fatal­mente, aggro­vi­glian­dosi in un nodo mostruoso, quanto di più cru­dele era andato matu­rando da decenni». Da quelle set­ti­mane Trie­ste diventa «una spe­cie di tea­tro lil­li­pu­ziano, su cui molti si agi­tano illu­den­dosi di reci­tare alla ribalta del mondo»: un tea­tro sul cui fondo sta l’immagine incan­cel­la­bile, ferma nel ricordo, delle «folle atto­nite che flui­vano inces­san­te­mente per le sue vie». Né, negli Anni cie­chi, si omette testi­mo­nianza sulle foibe.
Per Qua­ran­totti Gam­bini le sue terre furono dun­que sto­ria. E let­te­ra­tura, molta let­te­ra­tura, come si sa a par­tire da Il vec­chio e il gio­vane, l’epistolario con Saba. E se si può pen­sare che Sotto il cielo di Rus­sia si pre­sen­tasse come l’occasione di ras­se­re­nare il rap­porto con l’anima slava, nell’intervista a Gian Anto­nio Cibotto, «Qua­ran­totti Gam­bini, ‘un ita­liano sba­gliato’», lo scrit­tore, par­lando del quid che uni­sce certi autori giu­liani, ne rile­vava le carat­te­ri­sti­che anche dalla pre­senza slava nel «ceppo neo­la­tino»: una pre­senza tem­pe­ra­men­tale, per la quale sarà bene tener davanti il riscon­tro del viag­gio russo. Ma sarebbe fuor­viante con­si­de­rare una genea­lo­gia uni­ca­mente giu­liana, così attento Qua­ran­totti Gam­bini fu alla varia cul­tura let­te­ra­ria dei suoi giorni.
Ciò che, finita l’infantile cecità, vede Paolo adulto non è diverso da ciò che vide l’autore e che ci viene rife­rito da Pri­ma­vera a Trie­ste alla data 27 mag­gio 1945: «Ecco l’Istria lag­giù, lieve e sfu­mata sul mare. Lì den­tro, in mezzo a quei pro­mon­tori verdi, è Capo­di­stria; lì fuori su quella punta è Pirano, pic­cola chiara appena visi­bile sopra la lieve foschia estiva, col cam­pa­nile che luc­cica nel sole. E più giù, invi­si­bili ma vive in me, Parenzo con la sua basi­lica; e Rovi­gno cui mi legano tanti secoli di vita patri­zia e mari­nara della mia fami­glia paterna; ed Albona tutta di sasso, spalto d’Italia sul Quar­naro; e Pisino nell’interno, la mia cit­ta­dina natale»; guar­dare que­ste terre è pen­sare a chi vi abitò. Quel nonno degli Anni cie­chi per esem­pio, quel Gam­bini «che cono­sceva l’Istria, la ‘pro­vin­cia’, come il palmo della pro­pria mano» (il let­tore se n’è accorto, la lin­gua ita­liana è in Pier Anto­nio sem­pre piena di luce).

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