Padoan

Il defi­cit sale sul muro del 3%

Il saldo pri­ma­rio è dimi­nuito all’1,6% del Pil, men­tre il defi­cit è risa­lito al 3% del Pil

Roberto Romano, il manifesto redazione • 3/4/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 887 Viste

Il 2014 è stato l’anno che tutti, a parte i can­tori ren­ziani, si aspet­ta­vano. Il Pil è dimi­nuito dello 0,4%, men­tre i conti pub­blici sono ten­den­zial­mente in sof­fe­renza. Il fatto che tutti gli indici di finanza pub­blica siano sem­pre sul filo del rasoio è l’esito delle attuali poli­ti­che pubbliche.
Sostan­zial­mente il governo adotta misure che secondo gli annunci e le stime uffi­ciali dovreb­bero far cre­scere la domanda e quindi il Pil, ma che in realtà impat­tano nega­ti­va­mente sulle aspet­ta­tive di cre­scita. Il che è piut­to­sto evi­dente, dal momento alcuni prov­ve­di­menti sono costosi e coperti con tagli di spesa che gene­rano una con­tra­zione del Pil mag­giore dello sti­molo pre­vi­sto. Con una ulte­riore aggra­vante: si passa da una domanda certa (spesa pub­blica) ad una domanda incerta (spesa pri­vata in teo­ria incen­ti­vata dalle misure di cui sopra).

Il saldo pri­ma­rio è dimi­nuito all’1,6% del Pil, men­tre il defi­cit è risa­lito al 3% del Pil. Se non inter­ver­ranno dei netti miglio­ra­menti nel 2015, stante gli attuali vin­coli euro­pei, il governo dovrà con­si­de­rare ulte­riori prov­ve­di­menti tra mag­giori entrate e tagli, che si aggiun­gono ai 7 mld di spen­ding review legati ai prov­ve­di­menti del 2014. Conti in bilico e non certo per colpa del lavoro pub­blico. Alla fine il man­cato rin­novo dei con­tratti ha deter­mi­nato un calo del red­dito da lavoro dipen­dente pari allo 0,6% tra il 2013 e il 2014, che diventa 12–13% se pren­diamo in esame il lungo periodo. Un “rispar­mio aggre­gato” di spesa pub­blica di quasi 8 mld di euro.

Se il Pil non cre­sce è del tutto evi­dente che i saldi finan­ziari saranno sem­pre in dif­fi­coltà, e solo gra­zie alla con­tra­zione del ser­vi­zio del debito pub­blico (inte­ressi) è stato pos­si­bile con­te­nere i saldi di finanza pub­blica, con un rispar­mio del 3,5%. Ancora una volta il con­trollo della finanza pub­blica non è l’esito del governo delle entrate e delle uscite della pub­blica ammi­ni­stra­zione del governo, piut­to­sto l’effetto dell’azione dalla Bce.

Di par­ti­co­lare gra­vità è il taglio degli inve­sti­menti pub­blici del 6%, solo in parte com­pen­sati dalle mag­giori uscite cor­renti dell’1,2%, che in realtà si tra­du­cono ancora in tagli di spesa pub­blica per finan­ziare gli sgravi fiscali alle imprese (age­vo­la­zioni fiscali).
Come se non bastasse, la pres­sione fiscale cre­sce dello 0,1% tra il 2013 e il 2014, non pro­prio coe­rente con i pro­clami di Renzi. Ma non è que­sto l’aspetto più grave. Il fisco con il pas­sare degli anni è diven­tato sem­pre più com­plesso e dif­fi­cile. Si pensi alle impo­ste locali che sono un vero e pro­prio incubo.

Alla fine il 2015 rimane un anno con poche spe­ranza. Il Pil dovrebbe cre­scere in ragione dei prov­ve­di­menti del governo, ma que­sti hanno, per il momento, sosti­tuito lavoro già esi­stente. Non un posto di lavoro in più è stato creato e il taglio degli inve­sti­menti pub­blici non è un bel segnale.

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