Io, combattente mancata dell’Isis

Una scrittrice e il suo manifesto per riformare i principi dell’Islam che portano i ragazzi occidentali a unirsi alla Jihad. «Da giovane avrei fatto altrettanto»

Will Pavia, Corriere della Sera redazione • 1/4/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Storie • 932 Viste

Proprio il giorno fissato per l’incontro con Ayaan Hirsi Ali, i giornali sono pieni storie di ragazzi e ragazze che si lasciano alle spalle i quartieri agiati di Londra per andare a combattere a fianco dell’Isis. Ali dice che lei da ragazza «avrebbe potuto fare la stessa scelta».
Cresciuta nella fede islamica in Somalia, Arabia Saudita e Kenya, da adolescente Ali, oggi 45 anni, si è sottratta a un matrimonio combinato ed è fuggita in Olanda, dove ha chiesto asilo politico, per poi abbandonare la sua religione e trasformarsi in uno dei suoi critici più instancabili. Da quando è stata parlamentare in Olanda vive circondata dai servizi di sicurezza ed è stata oggetto di numerose minacce di morte. Una delle guardie del corpo mi squadra dalla testa ai piedi nell’atrio del Waldorf Astoria di New York, prima di accompagnarmi fino a una stanza affacciata su Park Avenue, a 20 piani di altezza. Ali è vestita con eleganza — camicia bianca con un ampio colletto e giacca nera, i capelli raccolti sulla nuca — e mi accoglie con il suo inglese pacato e colto, con un leggero accento straniero.
Il nocciolo del problema, dice, è insito nei precetti che sono considerati fondamentali nella dottrina islamica. Tra questi, l’idea dell’aldilà, più importante della vita terrena e delle sue tribolazioni, l’obbligo di partecipazione alla jihad, o guerra santa, la santità del profeta Maometto e l’accezione letterale del Corano. Seppur molti governi abbiano tentato di appoggiare i predicatori moderati, emarginando i fanatici radicali, fintanto che questi moderati continueranno — nelle parole di Ali — «a predicare che la vita dopo la morte è più importante della vita sulla Terra, che Maometto è infallibile e che il Corano non può essere messo in discussione», allora anch’essi contribuiranno ad esacerbare il problema, anziché risolverlo.
Nel suo ultimo libro ( Eretica: cambiare l’Islam si può , in uscita in Italia a metà aprile), Ali sostiene che i giovani che assorbono questi precetti hanno difficoltà a conciliarli con la vita in Occidente. «Abbracciare la jihad è diventato il mezzo con il quale tanti giovani musulmani tentano di alleviare le pressioni derivanti dal desiderio di condurre una vita musulmana “autentica” all’interno di una società occidentale permissiva e pluralistica». E cita le parole dell’autore egiziano Tawfik Hamid, ex membro di un gruppo radicale islamista e oggi «capostipite di una nuova generazione di riformatori islamici» che punta il dito contro alcuni specifici versetti del Corano «che servono a giustificare quello che lo Stato Islamico sta facendo», versetti che invocano l’obbligo a combattere gli infedeli, l’imposizione di tributi umilianti a ebrei e cristiani, e punizioni efferate per blasfemia e apostasia.
Basta considerare, dice, le tre ragazzine della scuola inglese di Bethnal Green partite per la Siria il mese scorso, con l’intento di diventare spose dei combattenti jihadisti. Secondo Ali, queste ragazze hanno operato una scelta logica. «Vai nello Stato Islamico perché là ti dicono: “Siamo noi gli unici a vivere la fede sino in fondo. Siamo noi gli unici veri musulmani». In passato — continua Ali — si è parlato spesso dell’islamismo come forma esasperata di culto diffusa tra poveri ed emarginati, ma queste tre ragazzine erano in gamba. Avevano una quantità di amicizie, venivano da famiglie sane. E allora perché? Bisogna concludere che sono state spinte da una profonda e intima convinzione».
Ali dice lei stessa avrebbe fatto quella scelta da adolescente. «All’epoca, se ci fosse stato un Isis, avrei lasciato tutto per unirmi a loro». I suoi genitori l’avevano fatta studiare nelle scuole islamiche. Aveva imparato a memoria lunghi brani del Corano. Rivela che il concetto di jihad, come qualcosa di molto più aggressivo di una sorta di lotta interiore pacifica, si era propagato sempre di più negli anni della sua adolescenza, «di pari passo con la diffusione dell’Islam wahabita», la versione conservatrice propagata dall’Arabia Saudita. «Anch’io sarei partita per la Siria. Ed erano stati i miei genitori a inculcarmi questi principi».
Il messaggio di Ali ai genitori di tanti giovani fuggiti di casa per arruolarsi nell’Isis è questo: «Devono riconoscere che sono stati loro stessi a gettare le basi ideologiche grazie alle quali l’Isis ha potuto far leva sui figli». E lo hanno fatto insegnando loro il Corano. La soluzione auspicata da Ali, nel suo libro, sta nella riforma della teologia islamica. Alla stregua di Martin Lutero, che inchiodò le sue 95 tesi sulla porta di una chiesa, Ali suggerisce 5 punti sui quali intervenire, con tagli drastici o significative riformulazioni.
Innanzitutto, «la natura del Corano come la parola unica e inalterabile di Dio e l’infallibilità di Maometto», poi «l’insistenza sull’aldilà a scapito della vita terrena», che ispira legioni di attentatori suicidi, il concetto di jihad o guerra santa, l’applicazione della sharia nella vita quotidiana e infine l’obbligo per tutti i musulmani di «fare il bene e impedire il male», che agisce come una forma di giogo sociale, limitando diritti e libertà dei singoli individui.
Ali appare tuttavia un candidato assai improbabile per portare avanti la riforma dell’Islam. I suoi avversari la tacciano di islamofobia. La vita ultraterrena rappresenta una parte cruciale del credo di molte religioni e dev’essere difficile invocare emendamenti alla teologia islamica dopo aver scandalizzato il mondo musulmano definendo Maometto un pervertito e un tiranno. Le chiedo se rimpiange le sue invettive più incendiarie. Mi dice di no, e che comunque le critiche più feroci non le sono piovute addosso dai musulmani, bensì «dai liberali e dagli atei».
Nondimeno, le sue opinioni nel tempo si sono alquanto evolute. Ayaan Hirsi Ali si è trasferita in America nel 2006 e oggi è sposata con lo storico britannico Niall Ferguson, dal quale ha avuto un bambino, Thomas. Mi racconta che nel 2010, quando aveva scritto la sua autobiografia, «Nomade», e suggerito ai musulmani di convertirsi al cristianesimo, «la primavera araba non era ancora arrivata. Non è questione di rimpiangere quanto possa aver fatto in passato, ma piuttosto di aver capito, dopo la primavera araba, che esistono moltissimi musulmani che preferiscono un governo laico a un governo basato sulla sharia. E questo è importantissimo» .
Ali scrive che l’Islam tuttavia si oppone a qualunque riforma sin dal decimo secolo e ricorda i tentativi falliti dei teologi del ventesimo secolo per rilanciare il dibattito. Oggi però è anche pronta a elencare una serie di pensatori musulmani provenienti da ogni parte del pianeta che appoggiano sostanziali riforme teologiche e suggeriscono che alcuni episodi e ammonimenti del profeta dovrebbero essere ricondotti al loro contesto storico, se non del tutto accantonati. Sono questi i pensatori che meritano il sostegno dell’Occidente, afferma Ali, in una battaglia culturale che richiama i toni delle lotte ideologiche scatenate durante la Guerra fredda.
La speranza, dice Ali, sta negli eretici e nei blasfemi. «Theo van Gogh cercava di ridicolizzare l’Islam, come faceva con le altre religioni. Aveva persino un pubblico musulmano, le sue idee cominciavano a diffondersi, ma poi è subentrata la correttezza politica ad affossare ogni cosa. E da ultimo è stato assassinato, e questo ha avuto un effetto raggelante».
(traduzione  di Rita Baldassarre)

© Will Pavia/The Times /The Interview People

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