La fame nascosta tra le guerre e le crisi economiche

C’è una delle informazioni statistiche esemplari della Fao che dice: “Una persona su nove sul nostro pianeta va a letto affamata ogni notte”. Colpisce il numero, e la fame

ADRIANO SOFRI, la Repubblica redazione • 30/4/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 1018 Viste

STO morto de fame!, si diceva, per spregio. Però la fame nel mondo fu, oltre che una immane tragedia, un gran mito ispiratore della cattiva coscienza e della buona volontà dei paesi ricchi, specialmente dei nuovi ricchi, come diventavamo noi alla svelta nel dopoguerra: oggi non lo è più. È una questione sempre più competente, professionale, e sempre meno commovente e trascinante. Una ragione possibile è la notizia, vera,  del miglioramento relativo: benché ancora 800 milioni di umani viventi non abbiano abbastanza da mangiare, il numero è diminuito di 100 milioni nel decennio scorso e di oltre 200 milioni rispetto al 1990-92. Una ragione probabile è l’avarizia cresciuta nei nostri paesi, per effetto della crisi economica e degli spettri evocati ad abbrunare l’orizzonte. Qualcosa di simile a ciò che avviene con gli stranieri in fuga fin qui. Anche la fame nel mondo era soprattutto straniera — africana, per eccellenza — e ora la si ricaccia
come una concorrente.
CON tutti quelli che muoiono di fame da noi!». C’è molta gente che stringe la cinghia da noi, infatti. Tuttavia la fame non è la stessa. Il famoso “padre della rivoluzione verde” (e Nobel per la pace 1970), Norman Borlaug, rispose così a chi lo interrogava sulla renitenza europea agli Ogm: «Quando, nel 1965, l’India dovette confrontarsi con la carestia più grave del passato recente, molte voci erano contrarie all’introduzione delle sementi nuove. Indira Gandhi decise di importarle, e la carestia fu superata: tra la popolazione dell’India non sorse alcuna obiezione. La gente sapeva cosa era la fame. In Europa, ma anche negli Stati Uniti, la resistenza contro le nuove creature della genetica è virulenta, ma è comprensibile: nessuno ricorda cosa sia la fame». Ogm a parte, è vero. Oggi che da noi la gastronomia è sovrana, la moltitudine dei suoi fedeli dovrebbe venerare la memoria di Piero Camporesi: il suo Paese della fame ( 1978) insegnò a leggere la nostra letteratura, Dante compreso, secondo l’esperienza di quell’altra specie di fame, avvertì che «il passato era peggiore del presente, anzi addirittura terrificante», e che tuttavia è vero che la fame, quando non schiaccia, aguzza l’ingegno, e che «la povertà crea, l’abbondanza appiattisce».
Quegli 800 milioni di denutriti e malnutriti soffrono però una fame che li schiaccia al suolo. Spesso sono gli stessi che producono cibi, e non se ne possono sfamare. Molti sono bambini: la causa di gran lunga più grave della malnutrizione è il mancato allattamento al seno nei primi sei mesi, cui tanto contribuì l’invio maldestro o interessato di latte in polvere. (Poi vengono per utilità le zanzariere trattate con l’insetticida, e lo svezzamento appropriato). Secondo la Fao, l’educazione delle donne vale molto più della disponibilità di cibo a ridurre la malnutrizione infantile.
C’è una delle informazioni statistiche esemplari della Fao che dice: “Una persona su nove sul nostro pianeta va a letto affamata ogni notte”. Colpisce il numero, e la fame. Poi ci si mette anche a pensare in che razza di letto andrà quell’uno su nove.
Alle persone più piegate dalla fame, bambini, donne, vecchi, la migrazione è interdetta, eccede le loro forze. Quanto alle altre, quelle che “fuggono alle guerre e alla fame…”, hanno diritto all’asilo se fuggono alle guerre (quanto a riconoscerglielo, altro affare) e non hanno nessun diritto se fuggono alla fame. La fame sta in un intervallo retorico fra la guerra (o la catastrofe naturale) e la migrazione “economica”, il “desiderio di una vita migliore”. Un intervallo disabitato. Le Chiese sono più attente, e specialmente quella di Francesco, che non sembra tentata dalla confusione fra amare i poveri e amare la povertà. «È doloroso constatare — disse alla Fao — che la lotta contro la fame e la denutrizione viene ostacolata dalla “priorità del mercato” e dalla “preminenza del guadagno” che hanno ridotto il cibo a una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria. E l’affamato è lì all’angolo della strada, e chiede diritto di cittadinanza, di essere considerato nella sua condizione, di ricevere una sana alimentazione di base. Ci chiede dignità, non elemosina».
In preparazione del Giubileo del 2000, si era tenuto a Roma un convegno sul tema “Migrazioni, scenari per il XXI secolo”. Vi si sottolineò come «non sia affatto agevole tracciare una netta distinzione tra migranti per ragioni economiche e profughi, per via dello stretto nesso esistente tra situazioni di conflitto sociale, discriminazione politica e carenze di opportunità economiche. Una tale situazione tende anche ad erodere la distinzione tra il concetto di rifugiato e quello di migrante, fino a fare confluire le due categorie sotto il comune denominatore dello stato di necessità».
Era il 2000. Ora è il 2015, c’è un altro Giubileo. Il Burundi è il paese più affamato, scrive qui oggi Maurizio Ricci. Il 26 giugno in Burundi si vota. Il presidente Nkurunziza ha appena annunciato la sua terza candidatura. Nella capitale Bujumbura e nelle altre città gli scontri hanno già registrato parecchi morti. Di guerra o di fame?

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