Lo Porto. «Obama, scuse ipocrite E in Italia ci hanno trattati con fastidio per tre anni»

Il padre di Lo porto: «Vergognoso vedere appena 40 deputati litigare tra loro nel deserto del Parlamento»

Felice Cavallaro e Marco Gasperetti, Corriere della Sera redazione • 26/4/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 698 Viste

Separati da tanti anni, ma uniti nella rabbia per il figlio sequestrato dai terroristi e ucciso in Pakistan dal «fuoco amico» degli americani, i genitori di Giancarlo — come lo chiamano in famiglia unendo i nomi di battesimo Giovanni e Carlo —, dalle loro case di Pistoia e Palermo, protestano con il governo italiano e con Obama. Al secondo giorno della tragedia, è durissimo Vito Lo Porto, il padre che ha lasciato da tempo il modesto appartamento di via Pecori Giraldi, e sono altrettanto duri la moglie Giusy e gli altri tre figli raccolti in quell’angolo malato ai confini di un quartiere a rischio come Brancaccio.
Dopo tre anni di silenzio sul sequestro, a Natale, il padre di Giancarlo aveva un appello pronto per il Vaticano sperando in papa Francesco. Ma da Palermo arrivò lo stop: «“Fermati”, mi fece dire mia moglie. Perché i funzionari della Farnesina le avevano assicurato che era in corso la trattativa in cambio di un riscatto, di un altro prigioniero o di una partita di medicinali». E in effetti i contatti con quei funzionari erano strettissimi, conferma uno dei figli, Giuseppe, parlando perfino di un video. «Ci mostrarono in ottobre una sequenza con Giancarlo che non sembrava denutrito. Prova di un negoziato, spiegavano. Ci chiedevano di tacere», ammette stilando con suo fratello Daniele, arrivato da Pistoia, un messaggio in cui si specchia la rabbia soffocata nei primi due giorni, con i diplomatici della Farnesina piazzati in soggiorno.
Messaggio sferzante, scritto ieri con una biro sul quadernone di un nipotino: «Non capiamo i come e i perché della sua morte ma pretendiamo che il governo faccia ora completa chiarezza sulla vicenda». Ed ancora: «Siamo stati rassicurati dalla Farnesina e aspettavamo con fiducia il suo ritorno ed ora si scopre che i fatti erano diversi. Giancarlo poteva e doveva essere liberato…». Pur cercando di stemperare le critiche alla Farnesina, Giuseppe, la moto Ape della pescheria ambulante parcheggiata davanti casa, esplode: «Lo sapevano che Giancarlo era in quella zona. Se non ci fosse stato il raid con i droni, mio fratello non sarebbe morto. Gli Usa hanno sbagliato. Non sono stati i talebani ad ucciderlo ma gli americani, altrimenti Obama non avrebbe chiesto scusa».
E da Pistoia gli fa eco il padre che quelle scuse considera «ipocrite»: «Obama ha impiegato quattro mesi per dare la notizia. E non capisco Renzi che lo difende. Venga a casa mia il premier, così gli racconto come mi hanno trattato in questi tre anni». Un racconto carico di pena per quest’uomo di 67 anni, da 15 alloggiato in un condominio ricavato da un antico convento dei padri cappuccini: «Trattato con fastidio dalla prefettura di Pistoia dove trovavo sempre porte chiuse. “Ma lei non deve venire qui, deve chiamare la Farnesina”, mi disse una volta un carabiniere. Il ministero degli Esteri? Mai sentito. Se non, con grave ritardo, per dirmi che mio figlio era morto. Ma lo avevo già saputo da un mio collega della Misericordia, l’arciconfraternita dove faccio il volontario: “Apri Internet”. Ho scoperto così che mio figlio era stato massacrato». Adesso tutti a Pistoia e Palermo chiedono «di poter piangere su una bara». Come scrivono nel messaggio, mentre Giuseppe riflette amaro sulla commemorazione del fratello a Montecitorio: «Vergognoso vedere appena 40 deputati litigare tra loro nel deserto del Parlamento».
Felice Cavallaro e Marco Gasperetti

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