Tagli ai Comuni da 1,5 miliardi tra i più colpiti Napoli e Firenze

Tagli ai Comuni da 1,5 miliardi tra i più colpiti Napoli e Firenze

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ROMA . Un miliardo e mezzo di tagli piomberanno a breve nei bilanci dei Comuni italiani. Il decreto di Palazzo Chigi ha spalmato i sacrifici tra i campanili. E dopo la pubblicazione delle tabelle qualche giorno fa sul sito del Viminale, le prime proiezioni confermano che piove decisamente sul bagnato.
I dieci Comuni che da gennaio sono anche Città metropolitane, ad esempio, raddoppiano e arrivano da soli in totale a mezzo miliardo di spending review : 259 milioni come ex Province e 244 milioni in qualità di municipi. Se Roma, Napoli e Firenze sommano il 70% dei 259 milioni di tagli (il governo è disponibile a riequilibrare i pesi, ma a saldi invariati, quindi le Città metropolitane devono mettersi d’accordo tra loro), gli altri 244 milioni si scaricano per oltre la metà sulle città di Napoli (51 milioni), Roma (47 milioni) e Milano (36 milioni).
«Il contributo chiesto per quest’anno ai Comuni è senza dubbio esagerato e fuori linea», reagisce Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno e presidente Ifel, la fondazione dell’Anci per la finanza e l’economia locale.
I dati del Viminale, rielaborati dalla Cgia di Mestre, mettono in allarme cittadini e imprese. «Con meno soldi a disposizione è quasi certo che i sindaci saranno costretti ad aumentare i tributi locali, come Tasi, Imu, Tari, addizionali», osserva il segretario Cgia, Giuseppe Bortolussi. Il punto è che il miliardo e mezzo, di cui ora si conosce la distribuzione, si somma al miliardo di tagli richiesti a Province e appunto Città metropolitane e quelli pretesi dalle Regioni (2,3 miliardi solo sulla sanità, 5 in tutto). Per i territori è un momento critico.
Ma non basta. Venerdì scorso è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto ministeriale sul ripiano del deficit degli enti locali. Di cosa si tratta? Da quest’anno, il nuovo sistema di contabilità impone a Regioni, Comuni e Province un’operazione verità sui propri bilanci. E cioè individuare, tra i cosiddetti residui attivi, quei crediti oramai a rischio esigibilità da sterilizzare con un fondo apposito. In pratica, entrate dubbie, probabili future perdite e dunque attuali minori spese che gli enti non possono fare. A livello nazionale, si parla di almeno 3 miliardi da individuare entro il 30 aprile e poi riporre in frigorifero. Altre ristrettezze.
Ma non finisce qui. Fonte di ansia per i Comuni è pure quella posta da 625 milioni che lo Stato ha garantito a 1.800 municipi lo scorso anno (come compensazione per le perdite di gettito nel passaggio da Imu a Tasi) e che ancora non spunta fuori. Solo Milano attende 90 milioni. Senza parlare dello spettro finale, i tagli della mega spending review da 10 miliardi previsti dal governo per il 2016. «Se nel paragrafo 100 della bozza del Def, poi sparito, si diceva che 6 miliardi su 10 sarebbero stati a carico delle autonomie, è lecito aspettarsi il peggio», insiste Castelli. L’incontro tra i sindaci e il premier Renzi di mercoledì scorso, d’altro canto, non è andato benissimo. «Molto duro e difficile, sebbene franco», raccontano i partecipanti. «Se l’economia reggerà, a settembre non ci saranno nuovi tagli nella legge di Stabilità per il 2016», insiste Renzi. In pochi ci credono. Anche perché della madre di tutte le battaglie, quella Local Tax così sbandierata, non si parla ancora. E da lì si capirà quante risorse restano davvero ai territori.

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