Venezia e i ritardi del Mose Sconfitto il malaffare ma nulla supera la burocrazia

Oltre un anno di tempi morti tra gli stanziamenti e le delibere

Sergio Rizzo, Corriere della Sera redazione • 30/4/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 1528 Viste

Ormai è tragicamente certo: i tempi per la realizzazione del Mose si allungheranno di un anno almeno. Se tutto andrà bene, il sistema di dighe mobili per difendere Venezia dall’acqua alta non sarà pronto prima della fine del 2018, anziché a giugno del 2017. E c’è pure da incrociare le dita. La ragione è tanto semplice quanto sconcertante. Perché ha a che fare con il rispetto delle regole, dopo anni e anni durante i quali quelle stesse regole non venivano rispettate. Vi chiederete: possibile? Possibilissimo, se le regole sono complicate come quelle che riguardano il finanziamento delle opere pubbliche. Ma soprattutto se a questa complicazione si aggiunge l’indolenza degli apparati burocratici.
La vicenda del Mose, da questo punto di vista, è un caso di scuola. Prima dello scoppio della grana giudiziaria che ha travolto politici, funzionari e imprenditori, filava tutto liscio come l’olio. Anche perché, come ha dimostrato l’inchiesta, gli ingranaggi venivano continuamente e generosamente ingrassati. I tempi morti fra lo stanziamento annuale dei fondi necessari si azzeravano con l’autorizzazione da parte dell’allora Magistrato delle acque del ricorso alla cosiddetta «riserva di legge». Il che consentiva di saltare completamente l’iter necessario a mettere fisicamente in moto i finanziamenti. Al concessionario dell’opera, il Consorzio Venezia Nuova, restava il fastidio di indebitarsi con le banche in attesa che arrivassero i soldi pubblici, ma in compenso i cantieri non si fermavano. E gli interessi pagati agli istituti di credito erano compensati dai profitti realizzati sui lavori.
Difficile non mettere in relazione il flusso di tangenti in direzione di certi burocrati pubblici scoperto dagli inquirenti con la disarmante facilità di accesso a quella pratica. Che però, dopo lo scandalo, non è più possibile. La Corte dei conti ora contesta che i lavori si possano avviare con la formula «sotto riserva di legge», e lo scenario è radicalmente cambiato.
I soldi per chiudere la partita del Mose erano stati già stanziati da diverso tempo. Una prima tranche di 234 milioni era stata messa a disposizione da due delibere del Cipe, rispettivamente del 2012 e del 2013. La legge di stabilità per il 2014, varata dal governo di Enrico Letta, aveva poi provveduto a stanziare altri 280 milioni. Totale: 514 milioni, circa mille miliardi delle vecchie lire. Per utilizzare tutti questi denari pubblici non restava che attendere i provvedimenti d’intesa fra i ministeri delle Infrastrutture e dell’Economia per attuare le due delibere del Cipe, nonché una terza delibera del medesimo Comitato interministeriale per sbloccare la tranche della legge di stabilità 2014.
A quel punto, però, scoppia la grana giudiziaria e tutto subisce un improvviso rallentamento. La famosa «riserva di legge» è morta e sepolta. Sarà poi perché politici e burocrati preferiscono andarci con i piedi di piombo, fatto sta che la terza delibera del Cipe slitta alle calende greche. L’approvano soltanto il 10 novembre del 2014, ben 11 mesi dopo lo stanziamento dei fondi nella legge di stabilità. Dal lato suo, la Corte dei conti impiega più di quattro mesi per registrarla. Dalla riunione del Cipe alla registrazione, datata primo aprile 2015, passano 141 giorni. Altri 16 ne trascorrono, ciliegina sulla torta, per la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, avvenuta il 17 aprile. Quanto ai provvedimenti Infrastrutture-Economia attuativi delle precedenti delibere, non se ne hanno notizie. I due ministeri sono evidentemente affaccendati in questioni più urgenti.
A loro piacendo, si dovrà procedere quindi alla sottoscrizione dei contratti fra il Provveditorato alle Opere pubbliche, l’organismo che ha sostituito il Magistrato delle acque, e il concessionario. Ma chi pensa che sia finita qui si sbaglia. Perché anche i contratti devono ottenere il visto di legittimità della Corte dei conti. E questo può significare altri due, forse tre mesi di tempo. Il che vuol dire che al netto di altri intoppi la procedura del finanziamento sarà perfezionata per luglio. Diversamente se ne parlerà dopo l’estate. E chi mai ha rinunciato alle ferie?
Sergio Rizzo

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