A morte l’attentatore di Boston Inutili gli appelli alla clemenza

A morte l’attentatore di Boston Inutili gli appelli alla clemenza

NEW YORK Condanna a morte per Dzhokhar Tsarnaev, l’attentatore della maratona di Boston di due anni fa. L’aveva chiesta Eric Holder, ormai ex ministro della Giustizia progressista di un’amministrazione, quella di Barack Obama, che di certo non sostiene a spada tratta la pena capitale. E il patibolo è stato da tempo abolito in Massachusetts: lo Stato nel quale è avvenuta la strage e nel quale Tsarnaev è stato giudicato. Ma quello commesso è stato classificato come un reato federale e come tale il caso è stato giudicato, prescindendo dalle normative locali. E le circostanze del massacro devono essere apparse a tutti talmente orrendamente gravi da escludere l’alternativa che era stata offerta ai giurati: condannare l’imputato, che era già stato giudicato colpevole, all’ergastolo senza possibilità di ricevere sconti di pena.
Paradossalmente, la sentenza di morte consentirà a Dzhokhar — e alle sue accuse di maltrattamento dei musulmani rivolte all’America — di tornare periodicamente sui media per i prossimi vent’anni: tanto dovrebbe durare il gioco dei ricorsi ai vari livelli di giudizio che viene messo in moto da ogni sentenza di morte. Con una condanna all’ergastolo, invece, Tsarnaev sarebbe finito in qualche carcere remoto e sarebbe stato ben presto dimenticato. Forse la soluzione peggiore, dal suo punto di vista.
Ma i giurati, non hanno fatto calcoli mediatici così sofisticati: arrivare a una condanna a morte non era facile, sia per la diffusa contrarietà alla pena capitale della popolazione locale, sia perché per una decisione così estrema era necessaria l’unanimità di tutti i 12 giurati (7 donne e 5 uomini). Tsarnaev era stato già giudicato colpevole per tutti i 30 capi d’imputazione federale che gli erano stati contestati durante il processo, 17 dei quali potevano comportare la pena di morte. I giurati hanno riflettuto per due giorni, 15 ore di camera di consiglio, complessivamente. Alla fine hanno deciso che la particolare efferatezza dei crimini commessi, la determinazione di Dzhokhar, già maggiorenne (anche se non di molto) al momento dell’attentato, l’evidente premeditazione e la sua motivazione ideologica giustificavano la condanna più dura: morte per iniezione letale.
In quel maledetto 15 aprile di due anni fa i fratelli Tsarnaev depositarono gli zaini contenenti le loro bombe rudimentali in prossimità del traguardo della maratona. Le due esplosioni, a poca distanza l’una dall’altra, fecero tre vittime falciando gambe e braccia di molti altri spettatori. Tre giorni dopo i due fratelli si scontrarono con un poliziotto addetto alla sorveglianza del MIT, la celebre università tecnologica di Boston. L’agente venne ucciso con un colpo probabilmente sparato da Tamerlan, il fratello maggiore di Dzhokhar, che morirà poco dopo nella caccia all’uomo scatenata dalla polizia per le vie di Cambridge, la cittadella universitaria alla spalle della metropoli della East Coast.
Ancora un giorno di ricerche e Dzhokhar, ferito, venne trovato nascosto nello scafo di una barca da diporto parcheggiata nel prato di un villino, non lontano dal luogo delle sparatorie. Intorno a lui i biglietti, insanguinati, sui quali aveva scritto la sua rabbia nei confronti dell’America e rivendicava il sanguinoso attentato contro innocenti come una rappresaglia per i maltrattamenti ai quali i musulmani sarebbero sottoposti negli Stati Uniti. Una giustificazione ideologica dello stragismo col quale questo ragazzo ha firmato la sua condanna a morte.
Massimo Gaggi


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