Con la fine della guerra fredda il mondo è di nuovo in pericolo

Con la fine della guerra fredda il mondo è di nuovo in pericolo

Mi ha fatto molto piacere l’articolo di Franco Venturini, intitolato Guerra fredda, che nostalgia apparso sul «Corriere» del 18 aprile. Presenta il recente libro di Sergio Romano In lode della guerra fredda. Una controstoria (Longanesi, pp. 140, e 16), sottolineandone l’anticonformismo, la novità e il carattere sorprendente della tesi che vi è sostenuta, chiaramente espressa dal titolo.
Mi ha fatto molto piacere perché, anche se ancora non ho potuto leggere il libro di Romano, fa capire, per quel che mi riguarda, quanto io possa trovarmi in sintonia con esso. Il «punto centrale» su cui Romano mette l‘accento, scrive infatti Venturini, è che «malgrado i dissensi e talvolta gli scontri indiretti, tra le due protagoniste della guerra fredda non vi fu mai un contrasto davvero capace di scatenare una guerra. Perché la minaccia reciproca di un olocausto nucleare imponeva di fermarsi, di mantenere gli equilibri, e così quei decenni furono globalmente decenni di pace».
Sono completamente d’accordo. Anche perché una trentina d’anni fa dicevo queste stesse cose a Norberto Bobbio, il quale invece credeva che uno scontro nucleare tra le due superpotenze sarebbe davvero potuto accadere. E gli dicevo queste cose perché avevo incominciato a svilupparle in alcuni miei saggi, e anche su queste colonne. Si tratta del «punto centrale», perché è il venir meno della «guerra fredda» a spiegare la crescente pericolosità del mondo.
A un certo momento i non privilegiati decidono di non lasciarsi più morire di fame e «il pericolo immediato viene, per i popoli ricchi del Nord, dai meno poveri dei popoli poveri. Durante la “guerra fredda” la pericolosità del mondo era nettamente inferiore», perché «lo scontro atomico Usa-Urss avrebbe certo completamente distrutto l’umanità ricca (che include anche i gruppi umani dell’Est)», «ma proprio per questo non era realistico ritenere che i due antagonisti avrebbero deciso di provocare la propria distruzione, lasciando padrone della Terra le grandi masse del Sud e dell’Oriente, non direttamente coinvolte nel conflitto». Sta crescendo la pressione del Terzo Mondo sulle società ricche. «Il processo era già in atto durante la “guerra fredda”; ma restava sullo sfondo, perché le rivendicazioni dei non privilegiati erano conglobate e assorbite dal movimento comunista mondiale guidato dall’Urss e figuravano come fattori subordinati dello scontro Usa-Urss», e quindi neutralizzati dall’irrealizzabilità di esso. Scrivevo così, nel 1993, in Declino del capitalismo (Rizzoli, cap. 3).
In seguito, la mia «lode della guerra fredda» mi portava anzi ad affermare una tesi che ritenevo di poter avanzare per il motivo appunto che, come scrissi, «già da trent’anni sostenevo che non si sarebbe mai verificato uno scontro nucleare tra Usa e Urss perché entrambi volevano il mantenimento dell’equilibrio tra le loro forze». E la tesi era che, «ponendosi alla guida dei popoli poveri, l’Urss esercitava insieme il controllo e il contenimento della loro pressione sulle società capitalistiche, che dunque venivano a trovarsi non già danneggiate, bensì protette dalla politica internazionale dell’Unione Sovietica»; sì che «con la fine dell’Urss è venuta meno questa protezione — di cui il capitalismo ha a lungo goduto» ( Dall’Islam a Prometeo , Rizzoli, 2003, cap. 1).
Quella mia «lode della guerra fredda» diventava ancora più marcata prendendo lo spunto da una nota convinzione di Luigi Einaudi. Dopo la Seconda guerra mondiale egli aveva avuto certo ragione, ispirandosi a Hobbes, a parlare della fondamentale «esperienza antichissima», dalla quale gli uomini imparano che lo Stato è la sola «forza» capace di controllare e contenere l’anarchia sociale; e aveva avuto certo ragione ad affermare che quindi solo un «Superstato» europeo, gli Stati Uniti d’Europa, avrebbe avuto la forza di evitare che gli Stati europei si combattessero nuovamente tra loro. «Ma — aggiungevo —, in genere, non si è percepito con sufficiente chiarezza che durante il periodo della guerra fredda la tensione Usa-Urss, ossia il duumvirato costituito dalle due superpotenze, ha dato vita appunto alla prima forma reale di “Super-Stato” planetario, provvisto della forza di mantenere l’ordine e quindi la “pace” mondiale», sì che «al di là del loro irrimediabile contrasto ideologico, le due superpotenze hanno avuto un fondamentale scopo comune, cioè hanno dato vita a quella “risultante delle forze”, a quella concordia discors che costituisce l’anima dello Stato» (cap. 3).
Appunto riferendomi a questi temi, in un articolo sul «Corriere» del 10 gennaio scorso avevo rilevato, tra l’altro, l’inevitabilità del farsi avanti di forze che, come sta accadendo con l’islam, ereditano e sostituiscono il progetto dell’Urss di sfruttare a proprio vantaggio la volontà dei popoli poveri di uscire dall’indigenza.
Dopo la «guerra fredda» il mondo è diventato molto più pericoloso per i Paesi ricchi perché il contenimento e il controllo che l’islam può esercitare nei confronti delle proprie forme estremistiche non può che essere molto debole. Infatti tra mondo islamico e Occidente non esiste una tensione nucleare analoga quella della « guerra fredda » e quindi per quel mondo non esiste la necessità di evitare con ogni mezzo che l’equilibrio con l’Occidente sia messo in pericolo dalle iniziative dell’estremismo terroristico che di quel mondo in qualche modo si nutre.



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