Ebola, ricoverato infermiere italiano dopo la missione in Sierra Leone

Sardo, 37 anni, il volontario di Emergency positivo al test. Trasferito allo Spallanzani

Margherita De Bac, Corriere della Sera redazione • 13/5/2015 • Copertina, Internazionale, Salute & Politiche sanitarie • 625 Viste

ROMA Sembrava che fosse destinata a estinguersi l’epidemia di Ebola in Africa Occidentale. E che il virus si stesse preparando a rientrare nel suo serbatoio segreto, forse i pipistrelli. Ha seminato oltre 11 mila morti e infettato quasi 30 mila persone, ultimo bollettino diramato dall’Organizzazione mondiale della Sanità.
Europa e Stati Uniti, pur mantenendo alta la guardia, erano ottimisti circa la possibilità di casi importati riguardanti medici e volontari partiti per i Paesi colpiti.
Il bilancio dei casi accertati fuori dall’Africa è salito ieri a 27: da ieri notte un infermiere che aveva prestato servizio in Sierra Leone per tre mesi fino al 7 maggio, è ricoverato nel reparto ad alto contenimento dell’Istituto Spallanzani di Roma, il primo centro di riferimento italiano per le malattie infettive, diretto da Giuseppe Ippolito.
Se oggi le ulteriori analisi confermassero la sua positività, altamente probabile, sarebbe il secondo malato italiano dopo il medico catanese Fabrizio Pulvirenti, dimesso a gennaio dopo oltre un mese di cure. Anche lui contagiato in Sierra Leone, unico Paese assieme alla Guinea (la Liberia è stata proclamata indenne pochi giorni fa) tuttora alle prese con l’epidemia. Anche lui di Emergency come il nuovo contagiato, cagliaritano, 37 anni, una lunga esperienza in Africa.
Al momento dell’allarme, si trovava a Sassari a casa della madre, dove stava trascorrendo la quarantena volontaria di 21 giorni prevista dai protocolli, quando ha segnalato personalmente all’ospedale di avere la febbre sopra i 38 gradi e 6, il primo segnale clinico caratteristico di Ebola. Trasferito nel centro di isolamento di malattie infettive, ieri è stato portato a Pratica di Mare con un F 130 militare attrezzato di barella bioprotetta. Ora è in una delle stanze dell’unità di massima sicurezza mai smantellata, assistito da una squadra di sanitari addestrata. L’operazione è stata coordinata dai ministeri della Salute e della Difesa. È in buone condizioni. Oggi verrà diffuso il primo bollettino medico. Si attende soprattutto l’esito delle analisi di conferma. E arrivano gli «auguri di pronta guarigione», di Laura Boldrini, presidente della Camera.
«Mi sembra di rivivere la malattia. Spero vada tutto bene. È in ottime mani», lo sostiene da lontano Pulvirenti che ha sperimentato fino in fondo l’aggressività dell’infezione, finendo in rianimazione. Come nella precedente occasione, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) si è subito attivata per l’importazione dei farmaci che potrebbero essere utili. In realtà non si sa quale sia la terapia vincente, né è disponibile uno schema terapeutico di comprovata efficacia. Il plasma di pazienti guariti si è rivelato prezioso. Pulvirenti lo donò allo Spallanzani una volta dimesso. La frazione del sangue contenente anticorpi anti Ebola potrebbe essere infuso al collega di Emergency.
Ci sono molti punti da chiarire circa le modalità del contagio. Sembra che l’infermiere non avesse lavorato in aree a rischio né avesse avuto contatti diretti con persone in fase sintomatica avanzata, cioè con emorragie, né con animali infetti. Tutti i giorni si misurava la febbre, secondo le procedure. Ora i familiari e i sanitari che si sono occupati di lui nell’ospedale sassarese sono in quarantena.
Allo Spallanzani è scattato il piano previsto dal protocollo interno che tra l’altro chiarisce: «La malattia da virus Ebola è altamente trasmissibile attraverso il contatto diretto con sangue infetto, secrezioni, tessuti o fluidi corporei inclusa la saliva di persone infette. Il contagio finora non è mai stato riportato nel periodo di incubazione, cioè prima che compaiano i sintomi, che dura da 2 a 21 giorni». Il personale, circa 15 operatori, in questi mesi non ha mai smesso di addestrarsi con le simulazioni.
L’epidemia di Ebola più grave che il mondo ricordi è partita il 6 dicembre nel sud della Guinea, prima vittima un bambino. A febbraio 2014 ha cominciato a espandersi. Liberia, Sierra Leone, Mali, Senegal, Nigeria. Paesi sprovvisti perlopiù di reti sanitarie, pieni di villaggi isolati. Dove è fondamentale l’aiuto dei volontari.
Margherita De Bac

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