Grillo contro il tabù delle Amministrative E ora vuole «sporcarsi le mani» e governare

Grillo contro il tabù delle Amministrative E ora vuole «sporcarsi le mani» e governare

Genova La vita nuova comincia domani. Nei giorni scorsi un Beppe Grillo mai così sereno a dispetto dall’aria perennemente ingrugnata, lo ha ribadito più volte, quasi a voler convincere i fedelissimi che lo circondano, puri e duri ad oltranza: è giunto il momento di amministrare, non basta più fare presenza.
Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma per un maso chiuso come quello dei Cinque Stelle è una specie di rivoluzione copernicana. Lui è quello di sempre. A livello dialettico il gioco è ancora quello di rimarcare la distanza dagli altri, usando la sua persona come esempio. Ho tre condanne e 70 processi, diceva sabato a Genova, e infatti io sto a casa, non mi candido. Il pubblico che canta in coro «onestà, onestà» in fondo viene ad ascoltarlo soprattutto per sentire il solito canovaccio giustizialista.
Ma questa campagna elettorale ha visto molte novità in casa Cinque Stelle rispetto a una strategia che negli ultimi due anni è sembrata così monolitica da risultare dannosa nella sua eterna replica dello Tsunami tour del 2013. Certe volte nulla è più nuovo del vecchio. È stata una specie di ritorno alle origini. Stare in mezzo alla gente, organizzare cene, aperitivi, mischiarsi, come è successo alla Marcia della Pace di Assisi.
Il leader supremo ha spesso lasciato fare agli altri. L’approdo a un movimento di lotta e magari anche di governo passa dalla necessità di dare maggiore autorevolezza alla sua pattuglia di parlamentari, che per la prima volta hanno potuto recitare da protagonisti e non da statuine del presepio.
Le elezioni locali sono sempre state il lato debole di Grillo. Pochi ricordano che persino nell’anno di grazia 2013 il dato delle Amministrative «attaccate» alle Politiche fu di 7-8 punti percentuali più basso rispetto al 25 per cento nazionale che condannò Pier Luigi Bersani alla non vittoria. L’asticella è fissata dalle Europee 2014, che a ben vedere segnarono la nascita di uno zoccolo duro che dovrebbe mettere al riparo dalle scosse dell’astensione di massa. L’ottimismo di Grillo è riposto sulle regioni dove gli errori degli altri hanno dato alle elezioni di oggi il significato di un voto d’opinione, Liguria e Campania su tutte.
La novità più importante è risultata evidente al comizio di Genova, il primo dopo sette mesi di esilio volontario dal palco. Grillo dice sempre le stesse cose, ma i toni sono ben diversi da quelli che soltanto un anno fa fecero temere per la sua salute mentale, con terrificanti intemerate che molto imbarazzarono i candidati per i quali si stava spendendo. C’è un nuovo urlatore in città. Matteo Salvini sta vincendo a mani basse la gara a chi la dice più grossa e l’ex comico sembra avergli lasciato l’esclusiva del «vaffa». La gara antisistema con la Lega Nord e l’ammiccamento alla sua base necessita di linguaggio diverso, meno radicale di un tempo, in linea con candidati che quasi sempre sono rimasti nel solco del politicamente corretto.
Chi conosce Grillo sa che la sua gestualità convulsa riflette un pensiero non sempre lineare, molto spesso capita di sentirgli dire tutto e il suo contrario. L’unica certezza inscalfibile è l’eterna convinzione di aver fatto il possibile, se va male la colpa è degli italiani che non capiscono. Ma qualcosa sta cambiando nei Cinque Stelle, a cominciare da un collettivo mordersi la lingua nel tentativo di sembrare più rassicuranti. E certe volte si finisce anche per diventare quel che si fa finta d’essere.
Marco Imarisio


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