I prof sfilano contro la riforma

I prof sfilano contro la riforma

ROMA Se doveva essere la «minoranza» del Paese, come pronosticato dal sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone, è stata una minoranza rumorosa. Centomila persone — secondo i sindacati, che parlano di «cortei mai così affollati» — in corteo a Roma, 30 mila a Milano, 20 mila a Bari, 10 mila a Torino, 6 mila a Palermo, 5 mila a Cagliari, centinaia ad Aosta, Catania, Bologna: 500 mila persone in tutta Italia sono scese in piazza per dire no alla riforma della scuola targata Renzi. Due i punti contestati: aver legato la riforma al piano di assunzioni, «ricattando» così la platea della scuola ad accettare tutto pur di ottenere la stabilizzazione dei precari; e lo strapotere ai presidi nel decidere le sorti degli insegnanti.
Anche se le cifre riferite dalla Questura ridimensionano l’impatto della protesta, resta il fatto che a scendere in piazza siano stati proprio tutti. C’erano i sindacati, che non erano così uniti dal 2007: Flc Cgil, Uil scuola, Cisl scuola, Snals, Gilda, e persino i Cobas, anche se il loro corteo seguiva un percorso alternativo. C’erano le associazioni degli studenti: dalla Rete degli studenti medi all’Unione degli universitari, che accusa: «L’ascolto degli studenti, degli insegnanti, dei genitori è stata solo una finta facciata». C’erano le associazioni dei genitori, che chiedono che i propri figli studino in istituti dignitosi e abbiano insegnanti preparati e motivati. C’erano gli Ata, migliaia di bidelli e segretari che da questa riforma vengono solo «tagliati» (del 20%): «L’obiettivo è esternalizzare i servizi, mentre noi siamo vitali per le scuole». C’erano i giovani medici di Co.N.Med #12milaborse che contestano «il numero esiguo di contratti di specializzazione che non tengono conto del reale fabbisogno di medici». C’erano i dirigenti scolastici, quelli che non ci stanno a fare la parte dei «super-manager tagliateste» mentre si barcamenano per le reggenze di diversi istituti.
Ma c’erano, soprattutto, loro, i professori, al centro del disegno di legge in discussione alla commissione Cultura alla Camera, i veri protagonisti — nel bene e nel male — di ogni rivoluzione che riguarderà la scuola pubblica italiana. Scioperano i precari delle Graduatorie ad esaurimento, che non sanno ancora se e come verranno assunti: «Non vogliamo fare i tappabuchi», urlano dopo anni di supplenze, guardando all’organico funzionale come ad un girone infernale. Si arrabbiano quelli delle graduatorie di II fascia e IIII fascia: «Abbiamo lavorato per anni, copriamo migliaia di cattedre scoperte e ora il ddl ci manda a casa». Si indignano gli idonei del concorsone 2012, a cui era stata ventilata la possibilità di una stabilizzazione, e che adesso si sentono «esclusi». E sventolano bandiere e cartelli anche i prof in ruolo, quelli anziani e quelli più giovani, che potrebbero evitarsi il caldo di piazza del Popolo e il comizio dei big del sindacato: «Ma siamo a fianco dei precari, per evitare che si faccia scempio della scuola pubblica, che rischia di snaturare il nostro ruolo».
Non hanno letto il provvedimento, come ipotizza il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini («Da anni non ci si occupava di scuola, sciopero è politico») che in serata fa diffondere slides informative ad hoc? «È un governo arrogante, che non ha argomenti: e che dovrebbe invece guardare alle reazione che c’è nel mondo della scuola e provare a discutere scelte diverse», sentenzia Susanna Camusso, leader della Cgil.
Valentina Santarpia


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