In Sud Sudan

In Sud Sudan

Tra le tende frustate dal vento, appare Ngor. Indica un buco nel telo che fa da tetto a lei e ai suoi quattro figli, implora che qualcuno glielo ripari. Presto. Perché il cielo è imbronciato e minaccioso, la stagione delle piogge alle porte. Poco più in là Akuol, 47 anni e un marito morto al fronte, scava con una zappa una gigantesca buca: diventerà una latrina. «Devo fare tutto da sola, in fretta, prima che l’acqua ci sommerga» urla da due metri sottoterra.
C’è fermento tra i profughi in fuga dai combattimenti e dalla fame nella tendopoli di Mingkaman, nell’ultimo Stato al mondo, il Sud Sudan. Chi prepara canali di scorrimento, chi terrapieni. Il movimento prima della paralisi: quando gli acquazzoni renderanno inagibili queste dissestate vie di terra rossa, perfino la guerra si fermerà. Potere dell’acqua. La sua forza arriva dove mesi di negoziati e trattative hanno fallito. Il secondo anno di guerra civile — un conflitto fuori dai radar internazionali — sta portando il Paese più giovane e più fragile del mondo sull’orlo della bancarotta e della fame.
Con le piogge si fermano anche le mandrie. I pastori interrompono il loro vagare in cerca di pascoli. «Con i primi rovesci ci spostiamo al villaggio per assicurarci il cibo» racconta il leader di un «cattle camp» (accampamento di bovini) in una prateria nascosta tra i rovi della savana, a pochi chilometri da Mingkaman. Sono loro i «tesorieri» di questo Paese, gli allevatori, custodi della vera «moneta locale», le mucche: risorsa anti crisi, eredità, status symbol, mezzo per comprarsi una o più mogli: «Ne occorrono da 30 a 350, a seconda del rango e della bellezza della donna e se è cresciuta in un cattle camp vale di più» spiega il capo dell’accampamento, dove i bambini non vanno a scuola «perché è troppo lontana. Nessuno qui parla di sviluppo, strade e scuole: sono tutti troppo impegnati a fare la guerra». I bambini scorazzano intorno, qualcuno con un bastone in mano fa il «guardiano». In questa zona per ora la «grande guerra» tace ma «viviamo nella paura di furti e attacchi criminali» dice Abuk Wat, avvolto in un panno rosso.
In questo clima di tensione perenne è naturale che ci sia chi preferisce lasciare la famiglia al sicuro tra i profughi di Mingkaman. Quello che fino a due anni fa era un agglomerato di tukul — capanne di fango e paglia — nel mezzo del nulla è diventato una sterminata distesa di teli e tende bianchi con oltre 70 mila sfollati, fuggiti in massa dai combattimenti che infiammavano Bor e dintorni, sull’altra sponda del Nilo. Traversata che richiede un paio d’ore in battello, un viaggio lungo 19 giorni per Ruben Agang e la sua famiglia: «Sono scappato con moglie, tre figli, genitori e anche con mio nonno centenario» dice indicando l’anziano seduto davanti alla tenda con una croce alle spalle. «Durante la fuga abbiamo visto vicini di casa sterminati». Orrore e terrore, fame e sete. Giorni a piedi tra i giunchi fino a Ziam Ziam e da qui su un barcone fino a Mingkaman.
«Sono cresciuto con la guerra civile e ora, dopo anni, lo stesso destino tocca ai miei figli — riflette Ruben — . La comunità internazionale vuole subito la pace, ma il Paese è ancora un bambino, siamo una società analfabeta, dobbiamo istruirci, ecco perché mando i miei figli a scuola. Voglio che Nancy diventi medico» dice stringendo la sua bimba di tre anni.
Sono 2.400 i bambini che frequentano la scuola del campo gestita da Save the Children, cento per classe. Una ventina di aule in bambù con il tetto in lamiera che abbracciano un enorme cortile. Dentro non c’è nulla, soltanto una lavagna. «Spesso facciamo lezione lì fuori — dice Malaak, 28 anni, uno dei 19 maestri — sono bambini interessati a tutto». L’«aula» è sotto il mando: la campanella è suonata, ma loro non se ne vogliono andare. Si sentono dei privilegiati in un Paese dove 7 bambini su 10 non hanno mai messo piede in una scuola.
Poco più in là c’è Madit che a tre anni passa il pomeriggio con in braccio il fratellino Magot di uno, sotto un telo insieme ad altri bambini. Arriva la mamma, il volto segnato dalla stanchezza: «Qui la vita è dura — dice — andare a cercar legna per cucinare è pericoloso, bisogna sempre guardarsi le spalle». Le donne rischiano molestie e aggressioni quando escono dall’accampamento, ma la legna è un’incombenza che spetta a loro. E a loro tocca anche procacciare acqua e cibo: coltivare i campi, caricarsi sulla testa 50 chili di cereali quando c’è la distribuzione dei viveri. Per fortuna chi sta qui deve percorrere solo qualche centinaio di metri per accedere alla propria razione d’acqua giornaliera, 15 litri. Oxfam ha creato impianti di filtraggio e distribuzione delle acque del Nilo: una manna per Mingkaman. Tra i passatempi dei ragazzini, il taglio dei tubi di gomma sistemati fuori, divertimento negato nella tendopoli di Bor dove l’acqua scorre sottoterra .
Quello di Bor non è un insediamento aperto come Mingkaman ma un campo chiuso, all’interno di una base Onu. Un rifugio violato, teatro di una strage che non si può dimenticare. «Stavo vendendo i miei chapati (tradizionale pane non lievitato, ndr ) quando ci hanno attaccato» racconta con il terrore ancora negli occhi Nyachan. «Mi sono precipitata qui e ho trovato il mio figlio più piccolo che sanguinava, l’avevano ferito a un braccio» ricorda. È passato un anno dall’assalto, ma per lei e gli altri 2.400 sfollati rimasti accampati qui quell’irruzione armata, proprio nel luogo in cui avevano cercato protezione, resta uno choc. Pochi giorni fa si è svolta una cerimonia per commemorare le 59 vittime. Di etnia nuer, la stessa delle milizie ribelli. E nuer sono gli sfollati di questo campo: una sorta di «enclave» in un’area dinka, la tribù più numerosa, quella del presidente e dei suoi seguaci.
Nuer contro dinka, dinka contro nuer. Così viene ridotta la guerra civile scoppiata alla fine del 2013 in Sud Sudan, a soli due anni dalla nascita del Paese, dopo un conflitto ventennale per strappare l’indipendenza dal Sudan. A infiammare lo scontro etnico, la lotta tra il presidente dinka e il suo ex vice nuer, ma soprattutto l’incapacità di condividere il potere in un Paese dove negli ultimi trent’anni non si è fatto altro che combattere.
La linea del fronte si è spostata molti chilometri più a nord di Bor eppure il campo resta affollato. Oltre alla guerra tra esercito e milizie, ci sono le violenze etniche. Le atrocità compiute, un passato che non passa, benzina per ritorsioni e vendette senza fine. «Abbiamo paura a uscire da qui. Molti di quelli che ci provano vengono uccisi» riferisce il capo del campo di Bor. Così quelle che dovevano essere sistemazioni provvisorie sono diventate insediamenti di lunga durata. E pensare che quando per la prima volta proprio in Sud Sudan l’Onu ha aperto i suoi cancelli agli sfollati non li ha voluti chiamare campi ma PoC , siti per la protezione di civili, a sottolinearne il carattere temporaneo.
Il ritorno a casa per molti resta un miraggio nonostante le pressioni del governo che intende chiudere i campi. Garang aveva provato a rientrare nella sua casa di Bor ma ha dovuto riandarsene via. «La vita lì è ancora troppo insicura» dice questo giovane agronomo. Ed eccolo a Mingkaman con moglie e figlia. Lui, dinka, si è messo in salvo grazie alla soffiata di un amico nuer: «Mi avvisò di un imminente attacco in città e mi consigliò di scappare».
Impossibile tornare anche per Marza, trent’anni e 4 figli, che parla con in braccio il più piccolo, nato sei mesi fa sulla strada polverosa per l’ospedale. Saccheggiato e devastato all’inizio del conflitto, il nosocomio di Bor è stato riportato in vita con l’aiuto di Oxfam che ha costruito cisterne per l’acqua, bagni e fognature e Medici senza frontiere che offre supporto tecnico. Nel reparto maternità Nyamei Riek, 21 anni, è radiosa accanto ai suoi gemellini di 3 giorni. Stanno tutti bene. Un piccolo miracolo nel Paese dove ogni 50 donne che partoriscono una muore. Anche lei conferma: «Qui siamo dinka, i nuer a Bor stanno nel campo, fuori li sgozzano».
Scuote la testa Toby Lanzer, responsabile Onu in Sud Sudan: «Per tornare a casa devono esserci le condizioni: molte abitazioni sono state occupate da soldati feriti; c’è un problema di sicurezza e una crisi di fiducia tra le 64 comunità etniche». Riconciliazione fallita e collasso economico: il petrolio forniva il 98% delle entrate, ma ora produzione e prezzi sono crollati, il costo dei beni raddoppia di settimana in settimana e molti prodotti iniziano a scarseggiare. Nubi nere su questo giovane Paese governato dalle piogge e dalle mucche .
Alessandra Muglia


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