Irlanda e gay, 6 su 10 per i matrimoni

Irlanda e gay, 6 su 10 per i matrimoni

DUBLINO «E come avrei potuto votare contro le nozze gay?» Martin Dolan è da quindici anni parroco di St Nicholas, nel centro di Dublino.
Uscì allo scoperto durante una messa domenicale in gennaio con una confessione coraggiosa: «Sono omosessuale». I fedeli reagirono con un applauso unanime e convinto. «Siamo orgogliosi di lui, è una persona fantastica e sincera». La parola è una. E una soltanto. Nell’urna, Martin Dolan, ha infilato una scheda con il suo sì, nonostante i richiami della gerarchia. «Coerenza. E poi credo che questo referendum abbia sanato una situazione di grave ingiustizia».
L’Irlanda sceglie con una forte maggioranza (62 per cento) di legalizzare per via costituzionale il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Si sono pronunciati in tanti (sei elettori su dieci), specie a Dublino (dove l’affluenza ha raggiunto il 70%), segno di sensibilità, di partecipazione, di consapevolezza. E’ il primo paese al mondo che approva un cambiamento importante attraverso una consultazione popolare.
Sono prevalse le ragioni di chi era favorevole perché si sono mobilitati in massa i giovani, poi le donne (proprio come fu nel 1995 quando il divorzio passò per un soffio) infine la Chiesa del sì, i preti e le suore che in queste settimane hanno preso posizione a favore «dell’inclusione, dell’uguaglianza». L’associazione che riunisce i sacerdoti cattolici stima che almeno uno su quattro ha disatteso le indicazioni dei vescovi. Fra questi, padre Pádraig Standún della piccola contea di Galway: «Il popolo del Signore si è mosso. I leader adesso ne tengano conto e lo seguano. Io sono uno di quelli che ha votato sì. Non per fare uno sberleffo ai vertici della mia Chiesa o per saltare sul carro del vincitore ma perché credo che questo fosse il passo giusto da compiere. È necessario essere positivi e accogliere al nostro tavolo omosessuali, lesbiche, transessuali».
Non hanno vinto i partiti, che pure appoggiavano le nozze gay. Ha vinto la società, che si è confrontata senza isterismi, con intelligenza, con pacatezza. Anche le gerarchie ecclesiali hanno messo da parte e condannato i toni da crociata dell’integralismo. L’ arcivescovo Diarmuid Martin valuta la sconfitta con toni moderati: «Avrei voluto vedere riconosciuti i diritti dei gay e delle lesbiche senza cambiare la definizione di matrimonio nella Costituzione. Ma adesso concentriamoci su tutte le altre diseguaglianze che esistono». Festeggia il capo del governo Enda Kenny, cattolico: «Giornata storica». E festeggia il ministro della sanità, Leo Varadkar, che per anni ha tenuto nascosta la sua omosessualità. Si è dichiarato solo poche settimane fa: «Adesso mi sento libero. L’Irlanda è un faro di luce in termini di diritti».
C’è chi ha sostenuto che la consultazione abbia segnato il punto più alto del conflitto fra Stato laico e Chiesa, tutte le Chiese dato che per il no si sono pronunciate le gerarchie cattoliche, ebraiche, islamiche. Ma così non la pensa Iggy O’Donovan, prete di Limerick: «Abbiamo ereditato una tradizione che associa politica e religione, che confonde politica e religione. In tal modo, abbiamo escluso e discriminato alcuni nostri fratelli. Quando diventiamo legislatori, come nel caso del referendum, noi legiferiamo per tutti, senza distinzione, non votiamo come membri di questa o quella fede, votiamo per includere non per escludere. L’impegno nella politica che deve essere finalizzato a distruggere le diseguaglianze».
E sulla stessa lunghezza d’onda è padre Brian O’Fearraigh: «Il referendum è una questione civile non religiosa e lo Stato non può assolutamente discriminare. Votando per il sì, abbiamo ribadito che lo Stato ha il dovere di avere cura dei cittadini a prescindere dai loro orientamenti sessuali».
Nel fronte della Chiesa del sì c’era pure sorella Stan, Stanislaus Kennedy, suora laica della congregazione delle «Sorelle per la Carità», una figura molto nota per le attività a supporto dei senza tetto: «I gay sono membri della nostra società e il matrimonio è un diritto civile di ogni essere umano, un diritto che non si deve e non si può sopprimere».
Voci che hanno contribuito a spostare l’ago della bilancia. Voci di una comunità cattolica che si è divisa ma che, come commenta padre Standún, «è pronta a ritrovarsi unita a messa. Sono cattolici i no. E sono cattolici i sì».
Le nozze gay entrano nella Costituzione. E i comitati del no s’inchinano. «Complimenti a chi ha vinto». Anche questo un messaggio di civiltà. Di normalità.
Fabio Cavalera


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