La governance globale del cibo nelle mani delle big company

Come abbiamo potuto creare un sistema ali­men­tare mon­diale che genera con­tem­po­ra­nea­mente feno­meni quali fame, obe­sità, cam­bia­mento cli­ma­tico e spreco del cibo

Nora Mc Keon *, il manifesto redazione • 1/5/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 943 Viste

Come abbiamo potuto creare un sistema ali­men­tare mon­diale che genera con­tem­po­ra­nea­mente feno­meni quali fame, obe­sità, cam­bia­mento cli­ma­tico e spreco del cibo ? All’Expo 2015 si met­te­ranno in mostra le migliori tec­no­lo­gie per cer­care un modo migliore di ali­men­tare il pia­neta, ma il vero pro­blema è poli­tico. La respon­sa­bi­lità della sicu­rezza ali­men­tare, che era com­pito degli stati, è stata sven­duta a mer­cati e big com­pa­nies, men­tre gli attori in prima linea, come i pic­coli pro­dut­tori agroa­li­men­tari locali, hanno perso ogni diritto.

Negli ultimi vent’anni abbiamo assi­stito all’aumento del potere delle mul­ti­na­zio­nali del set­tore agroa­li­men­tare, gra­zie ai trat­tati su com­mer­cio e inve­sti­menti fir­mati con il con­senso di governi com­pia­centi. La spe­cu­la­zione finan­zia­ria sulla terra e sul cibo ha inflitto il colpo finale ai pro­dut­tori. Per di più, con il con­trarsi dell’attività rego­la­men­ta­trice dello Stato e lo spe­cu­lare aumento degli stan­dard pri­vati le mul­ti­na­zio­nali agroa­li­men­tari hanno gio­cato un ruolo deci­sivo nello sta­bi­lire le regole della loro attività.

Le big com­pa­nies par­lano di una catena mon­diale del cibo moderna e pro­dut­tiva, unico modo di sfa­mare i nove miliardi di per­sone che sie­de­ranno al tavolo del mondo nel pros­simo 2050. In realtà l’offerta mon­diale di cibo è più che suf­fi­ciente. Il vero pro­blema da affron­tare riguarda la dif­fi­coltà di accesso alle risorse ali­men­tari e la pro­fonda dise­gua­glianza nella loro redi­stri­bu­zione, pro­blema che richiede una solu­zione poli­tica piut­to­sto che mirata al miglio­ra­mento delle tec­no­lo­gie pro­dut­tive. Inol­tre, la con­vin­zione che l’agricoltura indu­striale sia più pro­dut­tiva di quella agro-ecologica è stata smon­tata alla con­fe­renza sull’agro-ecologia orga­niz­zata dalla Fao lo scorso settembre.

Se i prezzi dei pro­dotti del sistema ali­men­tare delle mul­ti­na­zio­nali del set­tore doves­sero inclu­dere i costi sociali – dalle emis­sioni di gas serra (50% del totale annuale) all’obesità e all’inquinamento dei ter­ri­tori – essi sareb­bero di gran lunga più alti di quelli dei pic­coli pro­dut­tori che ven­dono i loro beni nei mer­cati locali.

Men­tre l’Expo si con­cen­tra sul tema delle «best prac­ti­ces», la vera que­stione da affron­tare riguarda il potere, chi lo eser­cita, con quali effetti e a bene­fi­cio di chi. Chi decide in caso di con­flitto di inte­ressi? Quali attori pesano quando si pren­dono le deci­sioni sul cibo e con quali pesi? Pos­siamo affron­tare gli enormi squi­li­bri di potere e ridare voce alla mag­gio­ranza della popo­la­zione, a quelli che sof­frono per la fame, a quelli che hanno perso la loro terra? Quali pro­spet­tive ci sono per indi­vi­duare e difen­dere quei beni comuni e inte­ressi pub­blici che sono fon­da­men­tali per il benes­sere delle gene­ra­zioni pre­senti e future? Quali sono le ini­zia­tive in corso, sia locali che glo­bali, che vanno in que­sta direzione?

È arri­vato il momento di riflet­tere su que­ste que­stioni, con­si­de­rando che ci stiamo avvi­ci­nando sem­pre di più al limite eco­lo­gico, sociale e poli­tico del sistema ali­men­tare mon­diale domi­nante. Le abbiamo già a dispo­si­zione. Se abbiamo il corag­gio di dire no alle poli­ti­che dell’industria agroa­li­men­tare, non vuol dire che stiamo sal­tando nel buio o che stiamo inse­guendo un sogno dell’utopia pasto­rale pre-capitalistica. Negli ultimi tre decenni si è svi­lup­pata una rete solida e sem­pre più arti­co­lata di approcci diversi nella rispo­sta alla pro­du­zione e distri­bu­zione di cibo, molto spesso per nulla alter­na­tive, visto che rap­pre­sen­tano il modo prin­ci­pale in cui le esi­genze ali­men­tari sono sod­di­sfatte. Que­ste solu­zioni sono pra­ti­cate e soste­nute da orga­niz­za­zioni sem­pre più auto­re­voli for­mate da con­ta­dini, pesca­tori, pastori, popoli indi­geni o abi­tanti delle bidon­vil­les. Sono le per­sone più dura­mente col­pite dal pro­blema dell’insicurezza ali­men­tare, ma anche più attive nella ricerca di solu­zioni alter­na­tive. Molte si iden­ti­fi­cano con quello che è diven­tato il movi­mento per la sovra­nità ali­men­tare. Que­ste per­sone si stanno mobi­li­tando met­tendo a frutto le loro espe­rienze e facendo cono­scere le loro riven­di­ca­zioni a tutti i livelli e sono state fon­da­men­tali per costi­tuire il Comi­tato per la sicu­rezza ali­men­tare delle Nazioni Unite, con sede a Roma, il primo forum glo­bale di poli­tica ali­men­tare dove i con­ta­dini sono i veri pro­ta­go­ni­sti (a dif­fe­renza dell’Expo 2015).

Cosa occorre al movi­mento per la sovra­nità ali­men­tare per agire come un con­tro­po­tere che con­tri­bui­sca di fatto a fram­men­tare il domi­nio glo­bale del sistema ali­men­tare indu­striale in favore di un approc­cio alla sod­di­sfa­zione delle esi­genze ali­men­tari radi­cato e gover­nato ter­ri­to­rial­mente? È fon­da­men­tale difen­dere l’autonomia delle pic­cole aziende ali­men­tari a con­du­zione fami­liare e dei sistemi di pro­du­zione locali dalle logi­che della grande distri­bu­zione e del mer­cato. Anche la rego­la­men­ta­zione è deci­siva. I diritti delle mul­ti­na­zio­nali sono difesi da leggi vin­co­lanti, come gli accordi com­mer­ciali e di inve­sti­mento, sup­por­tati da forti stru­menti ese­cu­tivi, men­tre i loro obbli­ghi sono sog­getti solo a codici di con­dotta e linee guida volon­ta­rie. Abbiamo biso­gno di miglio­rare la nostra pres­sione sui governi per spin­gerli a tra­sfor­mare il diritto glo­bale «soft», vale a dire volon­ta­rio, come le diret­tive sulla pro­prietà della terra e altre risorse natu­rali adot­tate dal Comi­tato sulla sicu­rezza ali­men­tare mon­diale nel 2012, in legge nazio­nale «hard», cioè vin­co­lanti, al fine di pro­teg­gere le per­sone vul­ne­ra­bili. Ci si può riu­scire quando si eser­cita una suf­fi­ciente pres­sione dal basso. Il governo indiano ha sfi­dato le regole dell’Organizzazione mon­diale per il com­mer­cio sul ricorso agli acqui­sti pub­blici e le scorte per la sicu­rezza ali­men­tare. Il Came­run ha alzato le bar­riere tarif­fa­rie per pro­teg­gere la pro­du­zione locale di pol­lame dall’effetto dum­ping eser­ci­tato dalle impor­ta­zioni di pollo sur­ge­lato sca­dente e sotto costo. Gli Stati sono tra i peg­giori pro­mo­tori di obiet­tivi ristretti e miopi, anche se dovreb­bero essere l’elemento fon­da­men­tale per la difesa dei diritti col­let­tivi dei popoli. Un migliore sistema ali­men­tare mon­diale può essere sol­tanto il risul­tato della volontà poli­tica comune ali­men­tata dalla mobi­li­ta­zione gene­rale di cui i movi­menti sociali e cit­ta­dini – cioè noi tutti – siamo i promotori.

* Esperta di cibo e mul­ti­na­zio­nali, il suo ultimo libro è «Food Secu­rity Gover­nance: empo­we­ring com­mu­ni­ties, regu­la­ting cor­po­ra­tions» (Rou­tledge 2015)

Tra­du­zione di Ales­san­dro Bramucci

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