La marcia sul reddito a Cinque stelle

La marcia sul reddito a Cinque stelle

La novità poli­tica emersa ieri dalla mar­cia per il “red­dito di cit­ta­di­nanza” da Peru­gia ad Assisi è la dispo­ni­bi­lità del Movi­mento Cin­que Stelle a trat­tare su una pro­po­sta unica insieme a Sel e al Pd nella com­mis­sione lavoro al Senato. È stato Luigi Di Maio, uno dei com­po­nenti del «diret­to­rio» M5S, ad aprire alla trat­ta­tiva con Pd e Sel che hanno pre­sen­tato pro­po­ste ana­lo­ghe sul «red­dito minimo» all’inizio della legi­sla­tura, nel 2013. I con­tatti, in realtà, esi­stono da tempo e il per­corso in dire­zione di un dise­gno di legge con­di­viso è stato sol­le­ci­tato anche dalla cam­pa­gna per un red­dito di dignità soste­nuta da Libera, il Basic-Income Network-Italia (Bin) e il Cilap. Nuova è la dispo­ni­bi­lità dei Cin­que Stelle. «L’importante è che non si annac­qui la pro­po­sta: 780 euro men­sili da garan­tire a chi ne può usu­fruire. E non è un capric­cio, ma è la cifra indi­cata dall’Unione Europa per stare sopra la soglia minima di povertà» ha aggiunto Di Maio all’inizio di una mar­cia di 19 chi­lo­me­tri alla quale hanno par­te­ci­pato 50 mila per­sone (stima degli orga­niz­za­tori). Il lungo cor­teo ha riper­corso il tra­gitto della mani­fe­sta­zione sulla pace ideata da Aldo Capi­tini ed è ter­mi­nato a Santa Maria degli Angeli, e non alla Rocca della città di San Fran­ce­sco, com’è tradizione.

La cifra indi­cata da Di Maio non è casuale. Cor­ri­sponde al mas­si­male della for­bice pre­vi­sta da una rac­co­man­da­zione Ue che ha fis­sato l’importo del red­dito minimo garan­tito al 60% del red­dito mediano di un paese mem­bro. Per l’Italia la cifra è com­presa tra i 650 e i 780 euro. Un importo ana­logo, tra i 600 e i 650 euro, è stato fis­sato nella pro­po­sta di legge di Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà. Que­sto testo ha rac­colto l’eredità della pro­po­sta di legge di ini­zia­tiva popo­lare per l’istituzione del red­dito minimo garan­tito soste­nuto dalla mobi­li­ta­zione di 170 asso­cia­zioni e movi­menti che rac­col­sero oltre 50 mila firme nella pri­ma­vera del 2013.

La posi­zione di Di Maio con­ferma, come sosten­gono ad esem­pio Il Mani­fe­sto o il Con­si­glio diret­tivo del Bin-Italia, che in Ita­lia esi­ste una mag­gio­ranza par­la­men­tare Pd-M5S-Sel (una «larga intesa sul red­dito») capace di appro­vare una misura fon­da­men­tale con­tro la povertà, la pre­ca­rietà e la disoc­cu­pa­zione. Il nostro, va ricor­dato, è l’unico paese euro­peo insieme alla Gre­cia a non con­tare su que­sto stru­mento. Se, e quando, sarà appro­vato ci si augura che non sia un dispo­si­tivo poli­zie­sco (il cosid­detto «work­fare») irri­spet­toso della dignità, delle com­pe­tenze e della sto­ria di un indi­vi­duo. Con­si­de­rata la cul­tura poli­tica di chi è al governo, pur­troppo i rischi ci sono tutti.

Per il momento si rac­col­gono i segnali di un cam­bia­mento sulla scac­chiera. Alla presa di posi­zione dei Cin­que Stelle, ieri ha fatto eco la dispo­ni­bi­lità di Roberto Spe­ranza, espo­nente di una delle mino­ranze Pd, «Area rifor­mi­sta»: «Apriamo subito un tavolo di lavoro sul red­dito minimo – ha detto l’ex capo­gruppo Pd alla Camera — Sulla lotta alla povertà con­tano i fatti, non ser­vono le ban­die­rine di parte». Ad «Area rifor­mi­sta» è stata attri­buita una con­fusa pro­po­sta di «sus­si­dio uni­ver­sale di disoc­cu­pa­zione», non di «red­dito minimo garan­tito», uno stru­mento ben diverso ma com­ple­men­tare. Que­sta ipo­tesi sarebbe stata fatta pro­pria dal Par­tito Democratico.

Il tenore dell’affermazione di Spe­ranza non è pia­ciuto al lea­der dei Cin­que Stelle Beppe Grillo: «Non com­mento il nulla – ha detto — Sarebbe un tavolo di lavoro con cas­sain­te­grati della cul­tura poli­tica. Sono da vent’anni lì che pro­met­tono e non hanno com­bi­nato nulla». «Grillo come al solito scappa e offende pur di sfug­gire a qual­siasi con­fronto su pro­po­ste con­crete. Ma non lo fac­ciano i par­la­men­tari M5S» gli ha rispo­sto Nico Stumpo (Pd, della stessa “area” di Spe­ranza). A con­fer­mare un’ipotetica volontà di dia­logo sul red­dito è inter­ve­nuta la mini­stra per le riforme Maria Elena Boschi: «Se tutti restano fermi su posi­zioni che sono ottimi slo­gan da cam­pa­gna elet­to­rale ma che poi non por­tano a niente chi ci rimette sono i cit­ta­dini, soprat­tutto quelli che hanno votato il M5S». Secondo Boschi, il Pd avrebbe man­te­nuto un «dia­logo» sulla legge elet­to­rale o sulle riforme costi­tu­zio­nali. Affer­ma­zioni elet­to­ra­li­sti­che, e dun­que inve­ro­si­mili, ideali per aiz­zare una cagnara media­tica, non per sbro­gliare un nodo poli­tico di dif­fi­cile soluzione.

Tra Grillo che manda tutti a quel paese, e il Pd che pro­voca sui limiti della diri­genza dei Cin­que Stelle, Di Maio (M5S) ha cer­cato di recu­pe­rare le fila di una tat­tica par­la­men­tare: «Il tavolo c’è già, è in com­mis­sione lavoro del Senato. Si muo­vano — ha rispo­sto a Spe­ranza — Basta che non sna­tu­rino la cifra di 780 euro, siamo dispo­ni­bili al dia­logo». «Ora insieme in Par­la­mento pos­siamo vin­cere la bat­ta­glia di dignità per il #red­di­to­mi­nimo: ci sono i numeri per appro­vare la legge. Noi ci siamo e siamo pronti» ha con­fer­mato su twit­ter Nichi Ven­dola (Sel). I risul­tati di que­sta gior­nata dovreb­bero emer­gere nell’ufficio di pre­si­denza della com­mis­sione lavoro al Senato dove ci sono i numeri per defi­nire una pro­po­sta di testo uni­fi­cato da parte delle forze che hanno pre­sen­tato le tre pro­po­ste di legge sul red­dito minimo.



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