Raúl Castro folgorato dal Papa «Grazie per il disgelo con gli Usa»

Raúl Castro folgorato dal Papa «Grazie per il disgelo con gli Usa»

CITTÀ DEL VATICANO «Francesco è un gesuita. E anch’io, in un certo senso». Raúl Castro sorride, nel Colegio de Belén stava in stanza con i fratelli maggiori Ramon e Fidel e gli anni da interno nella celebre scuola della Compagnia di Gesù, che formava le élites dell’Avana («riempirà di pagine brillanti il libro della sua vita», scrivevano nel ’45 gli insegnanti del futuro líder máximo ), non sono passati invano. C’era pure la messa ogni mattina, «al mio amico Frei Betto lo dico sempre: ne ho fatte più di te!». Così, dopo 55 lunghissimi minuti di colloquio privato col Papa — «un clima estremamente cordiale e familiare», conferma padre Lombardi — il presidente cubano assicura: «Quando Francesco verrà a Cuba, a settembre, prometto di andare a tutte le sue messe». E aggiunge: «Dal colloquio sono uscito molto colpito per la sua saggezza e modestia, per tutte le virtù che conosciamo in Francesco. Come ho detto al circolo dei dirigenti del mio Paese, leggo tutti i discorsi del Santo Padre: e se continua a parlare così, prima o poi ricomincerò a pregare e tornerò nella Chiesa cattolica».
Spiega serio Raúl: «Non sto scherzando». Le sue parole hanno a che fare con il «perfeccionamiento » del quale parla più tardi accanto a Matteo Renzi, a Palazzo Chigi, una sorta di perestrojka in versione cubana: quel «perfezionamento del nostro sistema politico, economico e culturale» che, ammette, «è molto più difficile di quanto non immaginassimo». Accolto con un «bienvenido!» da Francesco, tra strette di mano e sorrisi nello studio papale, Castro non è venuto solo a «ringraziare» per il ruolo decisivo del Papa nel riavvicinamento tra Cuba e Usa: le lettere e le telefonate estive a Obama e Castro, gli incontri segreti delle due delegazioni in Vaticano a ottobre, i ringraziamenti dei due presidenti al pontefice nel giorno in cui si annunciò la distensione, il 17 dicembre, compleanno di Bergoglio.
Il fatto è che i buoni rapporti con la Chiesa cattolica sono essenziali per superare l’isolamento politico di Cuba. A Palazzo Chigi tornerà ad auspicare che il Senato Usa tolga l’isola dalla lista dei Paesi terroristi («È stato Reagan, Obama è onesto») e l’embargo abbia fine, «il 77 per cento del mio popolo è nato che già c’era».
Lo stesso Renzi parla di «una pagina di storia bella e intensa» che «possiamo scrivere insieme: l’Italia è pronta a fare la sua parte». Del resto Raúl Castro ha confidato al Papa: «Questa è la visita più importante della mia vita».
Conta sull’appoggio di Francesco, che ha aggiunto la «tappa» a Cuba prima di andare il 23 settembre alla Casa Bianca e parlare l’indomani al Congresso. Dice: «Io sono un comunista cubano e il partito non ha mai ammesso i credenti, ma ora lo stiamo permettendo: per svolgere un incarico importante non occorre essere iscritti, pian piano andiamo avanti».
Al Papa ha donato una medaglia per i 200 anni della cattedrale dell’Avana e un quadro del cubano Kcho, ispirato alla tragedia dei migranti. E Francesco ha ricambiato con una medaglia di San Martino che copre un povero col mantello e una copia dell’ Evangelii Gaudium , con le sue celebri pagine contro «l’economia che uccide»: «Questo è il testo dove ci sono alcune di quelle dichiarazioni che a lei piacciono», ha sorriso Bergoglio a Castro. Salvo ricordargli che «c’è una parte sociale e una religiosa».
Gian Guido Vecchi


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