A scuola di fiducia muta

Senato. Con 159 sì e 112 no passa il maxi-emendamento. Boschi annichilisce la collega Giannini, mentre i bersaniani si allineano altrettanto imbarazzati. Solo 4 Pd non partecipano al voto

Andrea Colombo, il manifesto redazione • 26/6/2015 • Copertina, DIRITTI ECONOMICI, Istruzione & Saperi, Politica & Istituzioni • 731 Viste

Era comin­ciata male, fini­sce peg­gio. A metà pome­rig­gio il governo incassa la fidu­cia del Senato con 159 sì con­tro 112 no, dopo una gior­nata di ten­sioni e pro­te­ste con­ti­nue, fuori e den­tro l’aula ma anche dalle tri­bune in cui sede­vano rap­pre­sen­tanti dei Cobas, al ter­mine dell’ennesima gior­nata segnata dall’arroganza e dall’ostentato disprezzo del governo per il Parlamento.

Quat­tro sena­tori del Pd non hanno par­te­ci­pato al voto: i ribelli della com­mis­sione cul­tura, Cor­ra­dino Mineo e Wal­ter Tocci, spie­gano il loro gesto con appo­sito comu­ni­cato: «Non pos­siamo accet­tare un’altra riforma finta, una nuova rot­tura con milioni di elet­tori, l’ennesima mor­ti­fi­ca­zione del Par­la­mento». Roberto Ruta, invece, chiede la parola per espri­mere il voto in dis­senso e in un inter­vento tanto strin­gato quanto per­fetto demo­li­sce la riforma evi­den­zian­done tutti i punti debo­lis­simi, non inu­tili ma con­tro­pro­du­centi. Felice Cas­son si limita a non pre­sen­tarsi in aula. Ai mani­fe­stanti assie­pati di fronte al Senato però il non voto pare insuf­fi­ciente. Quando passa Mineo lo con­te­stano rumo­ro­sa­mente: «Vai den­tro e vota no».

I ber­sa­niani, invece, si pie­gano. Non è pre­ci­sa­mente una novità. Miguel Gotor annun­cia mesto la resa: «Voto sì, solo per disci­plina di gruppo e par­tito. Ma i nostri elet­tori non ci per­do­ne­ranno facil­mente que­sto tra­di­mento». Parla con cogni­zione di causa. Per tutto il giorno ai sena­tori del Pd sono arri­vati mes­saggi e tele­fo­nate dai ter­ri­tori, tutti sullo stesso tono, ricor­dando che non su que­sto pro­gramma il par­tito oggi di Renzi aveva otte­nuto il loro voto.

Come pre­vi­sto, la fidu­cia viene posta dal governo su un nuovo maxie­men­da­mento, pre­sen­tato dalla mini­stra Boschi pro­prio men­tre stava per inter­ve­nire la col­lega che guida l’Istruzione, Ste­fa­nia Gian­nini: la cor­te­sia non è la dote prin­ci­pale di Mat­teo Renzi e della sua corte. Sbri­ga­tiva, la Boschi anti­cipa la Gian­nini, pre­senta il nuovo maxi-emendamento e pone la que­stione di fidu­cia. Da quel momento, la mini­stra dell’Istruzione farà scena muta, senza rispon­dere a una sola delle cri­ti­che mosse alla riforma per ore dall’opposizione. Un fan­toc­cio privo di parola. Una mini­stra «com­mis­sa­riata», com­men­terà qual­cuno. Sel pro­te­sta. «È assurdo che non dica una parola», sbotta Lore­dana De Petris. La mini­stra non si turba: resta bella statuina.

Con­tra­ria­mente alle ipo­tesi della vigi­lia, il nuovo maxi-emendamento non con­tiene norme sia pur lie­ve­mente più favo­re­voli ai pre­cari. La cor­re­zione riguarda solo un pas­sag­gio sba­gliato nelle norme di bilan­cio. Tutte le oppo­si­zioni hanno pre­pa­rato qual­che forma di pro­te­sta vistosa. L’M5S si pre­senta con addobbi fune­rari e lumini a lutto, per cele­brare le ese­quie della scuola pubblica.

Il pre­si­dente Grasso si adatta senza sforzo al ruolo di con­trol­lore dell’ordine pub­blica. Capi­sce l’antifona e per un’ora almeno evita di dare la parola alla De Petris, per rin­viare la pro­te­sta di Sel e di alcuni sena­tori del Gruppo Misto tra cui la Mus­sini, quella a cui lo stesso Grasso aveva cer­cato di negare il diritto di far parte della com­mis­sione Cul­tura: magliette bian­che con scritto sopra «Diritto allo stu­dio» e «Diritto all’insegnamento», una delle quali rega­lata alla mini­stra muta.

La Lega deve dif­fe­ren­ziarsi: è pur sem­pre un par­tito di destra. Sro­tola uno stri­scione sur­reale: «Difen­diamo i bam­bini dalla scuola di Satana». Non ce n’è biso­gno. Ci hanno già pen­sato i sena­tori Ncd, otte­nendo in mat­ti­nata dalla mini­stra Gian­nini, poco prima che per­desse la favella, l’assicurazione che non si par­lerà di gen­der. Sennò che «buona scuola» sarebbe?

La sfi­lata dei sena­tori che dichia­rano il loro voto pas­sando di fronte al banco della pre­si­denza, come d’uso nei voti di fidu­cia, pro­cede tra urla e pro­te­ste e fischi, con il pre­si­dente che si sgola minac­ciando di togliere ai più rumo­rosi il diritto di votare la fidu­cia. Le oppo­si­zione diser­tano la prima chia­mata, nella spe­ranza che i sì non arri­vino al numero legale; poi votano con­tro in massa alla seconda.

Ma non sono le pro­te­ste in aula a ren­dere livida la gior­nata e postic­cia la vit­to­ria di Renzi. È la sen­sa­zione chiara, pal­pa­bile, con­fer­mata dalle pro­te­ste che pio­vono sui sena­tori pid­dini. Il vero divor­zio tra Renzi e una parte sostan­ziosa quanto sostan­ziale del suo elet­to­rato si è con­su­mato dav­vero solo ieri. Inef­fa­bile, il pre­si­dente della com­mis­sione Cul­tura Mar­cucci dichiara «Oggi è una bella gior­nata». Forse si prende in giro da solo. Forse ci crede, e sarebbe peggio.

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