A scuola di fiducia muta

A scuola di fiducia muta

Era comin­ciata male, fini­sce peg­gio. A metà pome­rig­gio il governo incassa la fidu­cia del Senato con 159 sì con­tro 112 no, dopo una gior­nata di ten­sioni e pro­te­ste con­ti­nue, fuori e den­tro l’aula ma anche dalle tri­bune in cui sede­vano rap­pre­sen­tanti dei Cobas, al ter­mine dell’ennesima gior­nata segnata dall’arroganza e dall’ostentato disprezzo del governo per il Parlamento.

Quat­tro sena­tori del Pd non hanno par­te­ci­pato al voto: i ribelli della com­mis­sione cul­tura, Cor­ra­dino Mineo e Wal­ter Tocci, spie­gano il loro gesto con appo­sito comu­ni­cato: «Non pos­siamo accet­tare un’altra riforma finta, una nuova rot­tura con milioni di elet­tori, l’ennesima mor­ti­fi­ca­zione del Par­la­mento». Roberto Ruta, invece, chiede la parola per espri­mere il voto in dis­senso e in un inter­vento tanto strin­gato quanto per­fetto demo­li­sce la riforma evi­den­zian­done tutti i punti debo­lis­simi, non inu­tili ma con­tro­pro­du­centi. Felice Cas­son si limita a non pre­sen­tarsi in aula. Ai mani­fe­stanti assie­pati di fronte al Senato però il non voto pare insuf­fi­ciente. Quando passa Mineo lo con­te­stano rumo­ro­sa­mente: «Vai den­tro e vota no».

I ber­sa­niani, invece, si pie­gano. Non è pre­ci­sa­mente una novità. Miguel Gotor annun­cia mesto la resa: «Voto sì, solo per disci­plina di gruppo e par­tito. Ma i nostri elet­tori non ci per­do­ne­ranno facil­mente que­sto tra­di­mento». Parla con cogni­zione di causa. Per tutto il giorno ai sena­tori del Pd sono arri­vati mes­saggi e tele­fo­nate dai ter­ri­tori, tutti sullo stesso tono, ricor­dando che non su que­sto pro­gramma il par­tito oggi di Renzi aveva otte­nuto il loro voto.

Come pre­vi­sto, la fidu­cia viene posta dal governo su un nuovo maxie­men­da­mento, pre­sen­tato dalla mini­stra Boschi pro­prio men­tre stava per inter­ve­nire la col­lega che guida l’Istruzione, Ste­fa­nia Gian­nini: la cor­te­sia non è la dote prin­ci­pale di Mat­teo Renzi e della sua corte. Sbri­ga­tiva, la Boschi anti­cipa la Gian­nini, pre­senta il nuovo maxi-emendamento e pone la que­stione di fidu­cia. Da quel momento, la mini­stra dell’Istruzione farà scena muta, senza rispon­dere a una sola delle cri­ti­che mosse alla riforma per ore dall’opposizione. Un fan­toc­cio privo di parola. Una mini­stra «com­mis­sa­riata», com­men­terà qual­cuno. Sel pro­te­sta. «È assurdo che non dica una parola», sbotta Lore­dana De Petris. La mini­stra non si turba: resta bella statuina.

Con­tra­ria­mente alle ipo­tesi della vigi­lia, il nuovo maxi-emendamento non con­tiene norme sia pur lie­ve­mente più favo­re­voli ai pre­cari. La cor­re­zione riguarda solo un pas­sag­gio sba­gliato nelle norme di bilan­cio. Tutte le oppo­si­zioni hanno pre­pa­rato qual­che forma di pro­te­sta vistosa. L’M5S si pre­senta con addobbi fune­rari e lumini a lutto, per cele­brare le ese­quie della scuola pubblica.

Il pre­si­dente Grasso si adatta senza sforzo al ruolo di con­trol­lore dell’ordine pub­blica. Capi­sce l’antifona e per un’ora almeno evita di dare la parola alla De Petris, per rin­viare la pro­te­sta di Sel e di alcuni sena­tori del Gruppo Misto tra cui la Mus­sini, quella a cui lo stesso Grasso aveva cer­cato di negare il diritto di far parte della com­mis­sione Cul­tura: magliette bian­che con scritto sopra «Diritto allo stu­dio» e «Diritto all’insegnamento», una delle quali rega­lata alla mini­stra muta.

La Lega deve dif­fe­ren­ziarsi: è pur sem­pre un par­tito di destra. Sro­tola uno stri­scione sur­reale: «Difen­diamo i bam­bini dalla scuola di Satana». Non ce n’è biso­gno. Ci hanno già pen­sato i sena­tori Ncd, otte­nendo in mat­ti­nata dalla mini­stra Gian­nini, poco prima che per­desse la favella, l’assicurazione che non si par­lerà di gen­der. Sennò che «buona scuola» sarebbe?

La sfi­lata dei sena­tori che dichia­rano il loro voto pas­sando di fronte al banco della pre­si­denza, come d’uso nei voti di fidu­cia, pro­cede tra urla e pro­te­ste e fischi, con il pre­si­dente che si sgola minac­ciando di togliere ai più rumo­rosi il diritto di votare la fidu­cia. Le oppo­si­zione diser­tano la prima chia­mata, nella spe­ranza che i sì non arri­vino al numero legale; poi votano con­tro in massa alla seconda.

Ma non sono le pro­te­ste in aula a ren­dere livida la gior­nata e postic­cia la vit­to­ria di Renzi. È la sen­sa­zione chiara, pal­pa­bile, con­fer­mata dalle pro­te­ste che pio­vono sui sena­tori pid­dini. Il vero divor­zio tra Renzi e una parte sostan­ziosa quanto sostan­ziale del suo elet­to­rato si è con­su­mato dav­vero solo ieri. Inef­fa­bile, il pre­si­dente della com­mis­sione Cul­tura Mar­cucci dichiara «Oggi è una bella gior­nata». Forse si prende in giro da solo. Forse ci crede, e sarebbe peggio.



Related Articles

Casaleggio 4 ore con gli eletti Ribelli assenti: non è il re Sole

ROMA — «A che titolo viene? E per far cosa, per vederci un quarto d’ora per uno?». Il senatore Lorenzo Battista di vedere Gianroberto Casaleggio non aveva alcuna voglia: «Con lui parlerei di tutto ma non di politica». E non è l’unico a non averlo visto. Perché per i cosiddetti «dissidenti» del Movimento 5 Stelle, Casaleggio non ha nessuna legittimità.

Nella gabbia del sistema

La speculazione finanziaria ha prodotto il crollo, scaricandolo sugli stati che «manovrano». Ma le soluzioni, dentro la depressione mondiale, restano impossibili

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment