Il salario minimo sparisce dai decreti del Jobs act Ma è soltanto un rinvio

La legge delega dice che il salario minimo dovrebbe riguardare, anche in forma di semplice sperimentazione, quei settori che non sono coperti da un contratto nazionale

Lorenzo Salvia, Corriere della Sera redazione • 8/6/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 712 Viste

ROMA Niente salario minimo, almeno per il momento. L’idea di un compenso orario al di sotto del quale non è possibile scendere quando si pagano gli stipendi fa parte del Jobs act , la cornice della riforma del lavoro. Ma per ora il governo sembra orientato a non intervenire con i decreti delegati che dovrebbero arrivare al prossimo Consiglio dei ministri, probabilmente giovedì.
La legge delega dice che il salario minimo dovrebbe riguardare, anche in forma di semplice sperimentazione, quei settori che non sono coperti da un contratto nazionale. All’inizio si era pensato a una regolamentazione subito operativa, con una soglia minima di sette euro l’ora. Nelle ultime settimane era circolata l’ipotesi di un intervento soft, con la creazione di un comitato di esperti che avrebbe dovuto ascoltare sindacati e rappresentanti delle imprese per poi indicare una soluzione. Ma anche questa strada, salvo sorprese, sembra scartata. Nel decreto per le politiche attive, sul salario minimo non ci dovrebbe essere nulla. La questione sarebbe rimandata a un confronto «di sistema» con i sindacati e i rappresentanti delle imprese. Una discussione che riguarderà anche altri temi come la rappresentanza, cioè le regole per decidere chi può sedere al tavolo della trattativa per discutere e firmare i contratti, e la contrattazione stessa, con il potenziamento del cosiddetto 2° livello, cioè gli accordi aziendali rispetto a quelli nazionali. Perché questa scelta?
C’è una motivazione di merito: è più logico parlare di salario minimo nel momento in cui si ridiscute l’intero impianto della contrattazione, visto che sono due capitoli della stessa materia. Ma è anche una scelta politica: sedersi al tavolo con i rappresentati dei lavoratori e delle aziende è un segnale di apertura sia verso il sindacato, dopo mesi di scontri su tutto, sia verso Confindustria, che in questi giorni parla di «manina anti impresa» nel governo. Nessuna decisione calata dall’alto. Ma una discussione aperta, a patto che non diventi la scusa per prendere tempo.
L’obiettivo del governo è fare il punto già a settembre, per poi avere il tempo di trasformare le proposte in legge entro l’anno. L’Italia è uno dei pochissimi Paesi avanzati a non avere regole sul salario minimo. E anche sulla rappresentanza e sulla contrattazione di 2° livello siamo più indietro. Accantonato il salario minimo, i tecnici del governo continuano a lavorare sugli altri capitoli. Primo fra tutti quello sulla cassa integrazione, dove sarà applicato il principio del bonus malus , con un contributo più alto per le aziende che effettivamente la usano, in modo da evitarne un uso disinvolto. E con l’estensione degli ammortizzatori sociali alle aziende fra i 5 e i 15 dipendenti, che però saranno chiamate a versare un contributo per finanziarli, senza più pescare dalla fiscalità generale, le tasse pagate dai cittadini.
Confermata anche la stretta contro le dimissioni in bianco, quelle fatte firmare al momento dell’assunzione, con l’arrivo di un modulo telematico che garantisce la certezza della data e la possibilità per il lavoratore di cambiare idea entro una settimana.
Lorenzo Salvia

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