Il sogno realizzato degli ope­rai, una cooperativa del tessile a Istan­bul

Turchia. Occupata nel 2013, riscattata dai lavoratori

Giuseppe Acconcia, il manifesto redazione • 5/6/2015 • Buone pratiche e Buone notizie, Copertina, Internazionale, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 835 Viste

Nel quar­tiere di Bomonti a Istan­bul l’esperimento della fab­brica tes­sile Kazova sem­bra dare una spe­ranza ine­dita agli ope­rai e ai lavo­ra­tori tur­chi. Il sogno di creare una coo­pe­ra­tiva di ope­rai, una fab­brica dal basso che pro­duca tes­sile di qua­lità si è tra­sfor­mato ormai in una realtà che va avanti da oltre due anni.

In que­sta sma­nia pre-elettorale che attra­versa senza freni la Tur­chia in lungo e in largo, i con­certi nella fab­brica occu­pata, le visite uffi­ciali delle dele­ga­zioni del par­tito di sini­stra filo-kurdo (Hdp) e del suo lea­der, Sela­hat­tin Demir­tas, suo­nano come una pos­si­bi­lità senza pre­ce­denti per ridare voce a lavo­ra­tori e disoc­cu­pati nella Tur­chia degli isla­mi­sti mode­rati di Erdo­gan. «L’occupazione della Kazova è ini­ziata due mesi prima delle pro­te­ste di Gezi Park del 2013», ci spiega Anna­lena Di Gio­vanni, ricer­ca­trice dell’Università di Cam­bridge e parte del movi­mento Ozgur Kazova (Kazova libera).

«Nel feb­braio 2013 i pro­prie­tari della fab­brica tes­sile hanno dichia­rato ban­ca­rotta. La mag­gio­ranza dei lavo­ra­tori si è subito arresa all’evidenza e ha lasciato il lavoro senza per­ce­pire una liqui­da­zione», pro­se­gue la ricer­ca­trice ita­liana che ormai passa le sue gior­nate in fab­brica tra visite di atti­vi­sti e poli­tici. Gli ope­rai che hanno intra­preso que­sta lotta senza pre­ce­denti sono stati accu­sati dai pro­prie­tari della fab­brica di aver «rubato e dan­neg­giato i macchinari».

«Dall’occupazione pas­siva siamo pas­sati all’idea di pro­durre di nuovo. Per un anno gli ope­rai hanno lavo­rato all’acquisto, con una col­letta enorme per il riscatto delle mac­chine, e alla rimessa in opera dei mac­chi­nari. È stato un momento incre­di­bile. Fino ad allora ogni lavo­ra­tore igno­rava il lavoro dell’altro nella catena di mon­tag­gio e nella gestione delle ven­dite. Hanno invece len­ta­mente ini­ziato a cono­scere il pro­cesso di pro­du­zione», prosegue.

A que­sto punto è ini­ziata la vera opera di poli­ti­ciz­za­zione dei lavo­ra­tori a cui si sono aggiunti net­work di atti­vi­sti che si stanno occu­pando della gestione della fab­brica e un col­let­tivo di arti­sti mili­tanti. «Lo scopo è di man­te­nere bassi i prezzi e alta la qua­lità dei pro­dotti», ripe­tono i lavo­ra­tori che ormai pas­sano le loro gior­nate in fab­brica senza seguire orari sta­bi­liti. Eppure la scom­messa più inte­res­sante della Kazova è di sfi­dare la scarsa rap­pre­sen­tanza sin­da­cale dei lavo­ra­tori tur­chi. Le sigle sin­da­cali si fer­mano spesso alla media­zione nella con­trat­ta­zione col­let­tiva e hanno uno scar­sis­simo mar­gine di azione.

«L’unico sin­da­cato che si è mostrato inte­res­sato alla coo­pe­ra­tiva è la Con­fe­de­ra­zione dei sin­da­cati rivo­lu­zio­nari (Disc). Eppure nep­pure loro pos­sono entrare in fab­brica per i mec­ca­ni­smi della legge turca che impe­di­sce l’ingresso ai sin­da­ca­li­sti nelle fab­bri­che dove non pos­sono con­tare su oltre il 50% dei lavo­ra­tori iscritti». Nono­stante que­sto, il Disc for­ni­sce con­su­lenza legale alla Kazova ma non può andare dav­vero oltre. Nello scio­pero dei metal­mec­ca­nici dello scorso gen­naio, il Disc ha otte­nuto le auto­riz­za­zioni per lo scio­pero nelle fab­bri­che tur­che con­trol­late ma nel momento in cui i lavo­ra­tori hanno smesso di lavo­rare, il governo del pre­mier Ahmet Davo­to­glu ha bloc­cato lo sciopero.

Lo scorso 14 mag­gio la pro­du­zione della fab­brica auto­mo­bi­li­stica Oyak-Renault di Bursa è stata inter­rotta per le pro­te­ste degli ope­rai, che si sono rifiu­tati di lavo­rare per pro­te­stare con­tro gli sti­pendi bassi e le pes­sime con­di­zioni lavo­ra­tive. Il giorno dopo si sono asso­ciati alla pro­te­sta gli ope­rai della Fiat Tofas che ha tem­po­ra­nea­mente fer­mato la produzione.

E così la pre­senza di Hdp alla Kazova rivela il volto mar­xi­sta, vicino ai lavo­ra­tori del par­tito filo-kurdo, almeno nelle sue com­po­nenti urbane. Il par­tito di Demir­tas a Istan­bul, nono­stante la sua nascita risalga al 2006, ha tro­vato linfa nei con­gressi locali pro­dotti dai Forum di quar­tiere, nati durante le pro­te­ste di Gezi. Quando la piazza è stata sgom­be­rata bru­tal­mente dalla poli­zia, nei par­chi dei quar­tieri della capi­tale turca sono pro­se­guiti senza sosta i dibat­titi poli­tici con­tro il mefi­tico sistema dei par­titi. Eppure anche la sini­stra turca è fram­men­tata e così l’Associazione dei lavo­ra­tori rivo­lu­zio­nari (Dih, parte del Fronte mar­xi­sta Dhck) ha subito cer­cato di met­tere il suo cap­pello sugli ope­rai della Kazova e da tre mesi eser­cita pres­sioni per­ché cedano le mac­chine e chiudano.

Lo stesso giorno in cui il giu­dice Meh­met Selim Kiraz, il 31 marzo scorso, è stato ucciso, il Fronte ha minac­ciato di dare fuoco alla fab­brica. Dhck viene per­ce­pito dai movi­menti filo-kurdi come sotto il con­trollo dei ser­vizi segreti tur­chi che avreb­bero voluto spaz­zare via un giu­dice sco­modo che stava per rive­lare la lista dei poli­ziotti coin­volti nella repres­sione di Gezi e nell’uccisione del gio­vane atti­vi­sta Ber­kin Elvan, morto durante le con­te­sta­zioni del 2013.

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