Kobane è di nuovo libera, kurda e comunista

Kobane è di nuovo libera, kurda e comunista

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Guerra all’Isis. Dura appena 48 ore la controffensiva dello Stato islamico nella città simbolo della resistenza nella Rojava. Riconquistata dalle milizie Ypg nel nome di Ocalan. Ma la Turchia avverte: non permetteremo la nascita di uno Stato indipendente

Kobane è di nuovo libera. Il colpo di coda dello Stato isla­mico (Is) è durato appena 48 ore. «È un grande giorno per noi. Daesh è il primo nemico delle donne. I mili­ziani dello Stato isla­mico non accet­tano che uomini e donne siano uguali per que­sto hanno for­mato uno stato con­tro le donne», è la rea­zione alla libe­ra­zione di Kobane della coman­dante Ypj Ariane, che abbiamo rag­giunto al telefono.

Se una parte della stampa ha subito gri­dato alla ricon­qui­sta jiha­di­sta della pic­cola città al con­fine tra Tur­chia e Siria nel Kur­di­stan siriano (Rojava), i com­bat­tenti kurdi hanno dimo­strato ancora una volta di essere più forti di un mani­polo di jihadisti.

L’assalto improv­viso dei mili­ziani masche­rati, le auto imbot­tite di esplo­sivo, le Unità kurde di pro­te­zione popo­lare maschili e fem­mi­nili (Ypg e Ypj), colte di sor­presa men­tre erano impe­gnate al fronte di Ain Issa (ora sguar­nito di sol­dati, tor­nati per dare man­forte ai mili­tari di stanza a Kobane dopo l’assalto di Is), a 50 chi­lo­me­tri dalla roc­ca­forte jiha­di­sta di Raqqa, di certo devono aprire una rifles­sione nel Can­tone di Kobane sulla gestione della sicu­rezza dei con­fini e all’interno della città.
Ma è ancora tempo di bilanci dram­ma­tici. Sono 206 le vit­time delle spa­ra­to­rie dei jiha­di­sti nel cen­tro di Kobane, nei quar­tieri meri­dio­nali e orien­tali, degli attac­chi dei mili­ziani Is, asser­ra­gliati nell’unico risto­rante, negli ospe­dali abban­do­nati e in un ex liceo. In alcune imma­gini si vedono interi piani di case som­mersi dal san­gue e corpi di bam­bini sti­pati all’ingresso. Pro­prio donne, anziani e bam­bini sono le prin­ci­pali vit­time di que­sto nuovo assalto di Is, dopo la fine dell’assedio della città dello scorso gen­naio, per­ché migliaia di adulti hanno pre­fe­rito non rien­trare a Kobane e cer­care lavoro altrove. In par­ti­co­lare nella scuola alle spalle della sede del Can­tone, dove si sono asser­ra­gliati i jiha­di­sti anche nel primo assalto dello scorso otto­bre, sono state udite esplo­sioni anche nel pome­rig­gio di ieri, men­tre i Ypg avreb­bero messo in sicu­rezza l’edificio.

E così è pos­si­bile che ci siano ancora jiha­di­sti asser­ra­gliati in città. «Sono in corso ope­ra­zioni per veri­fi­care che non ci siano ter­ro­ri­sti nasco­sti in alcune abi­ta­zioni del cen­tro e nel liceo», ci spiega Mustafa Bali, un gior­na­li­sta locale. Anche ieri da alcuni edi­fici erano ancora visi­bili colonne di fumo. Per dichia­rare la città di Tel Abyad, libe­rata dallo Stato isla­mico quasi due set­ti­mane fa, dare il via ai festeg­gia­menti e alla parata mili­tare, ci sono voluti tre giorni.

Per que­sto, sarà neces­sa­rio atten­dere ancora per­ché il peri­colo jiha­di­sta sia dav­vero alle spalle anche a Kobane. Men­tre i com­bat­ti­menti con­ti­nuano nella città di Has­sa­keh (270 chi­lo­me­tri a est di Kobane), attac­cata dai jiha­di­sti, arri­vati in ter­ri­to­rio siriano anche attra­verso il con­fine turco, lasciato col­pe­vol­mente incu­sto­dito dalle auto­rità di dogana lo scorso gio­vedì.
Decine di pro­fu­ghi sta­reb­bero rien­trando a Kobane dopo aver lasciato la città in seguito all’attacco. Sono cen­ti­naia di migliaia i pro­fu­ghi siriani che hanno tro­vato rifu­gio nei campi in Tur­chia dopo gli assalti di Is alla Rojava. Ma per il pre­si­dente Recep Tayyip Erdo­gan la for­ma­zione di una regione auto­noma del Kur­di­stan siriano è ancora un taboo.
«Non per­met­te­remo la nascita di un nuovo Stato sulla nostra fron­tiera meri­dio­nale nel nord della Siria, costi quel che costi», ha tuo­nato il lea­der del par­tito isla­mi­sta mode­rato Akp, scon­fitto alle ele­zioni del 7 giu­gno. Erdo­gan ha anche riman­dato al mit­tente le accuse di col­lu­sione tra Is e ser­vizi segreti tur­chi, come con­fer­mato da rive­la­zioni di stampa, bol­lan­dole come «bugie».

A Kobane si sus­se­guono i fune­rali dei mar­tiri. Ma len­ta­mente la vita torna alla nor­ma­lità. Sugli schermi della tv pub­blica Ronahi, in stile cubano, un pre­sen­ta­tore legge la lista delle vit­time. Sullo sfondo l’immagine di Oca­lan e delle tre atti­vi­ste kurde uccise a Parigi nel 2013, le gior­na­li­ste annun­ciano le noti­zie sui suc­cessi della cam­pa­gna anti-mine. E sono tor­nati anche i video dei canti popo­lari, di guerra (h24 su Mad Music) e di adde­stra­mento delle Ypj; Jin­dar (donne): un pro­gramma inte­ra­mente dedi­cato a sto­rie di donne e Zi mame me sesem (Tempo di gio­vedì): corsi per tutti di lin­gua kurda. Viva Kobane libera, kurda e comunista.



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