Pensioni e debito: una strettissima via per Merkel e Tsipras

E in parallelo si tratta sul terzo piano di aiuti

Federico Fubini, Corriere della Sera redazione • 21/6/2015 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 797 Viste

Un negoziato sull’orlo del precipizio è sempre il punto di arrivo di un’incredibile serie di errori, e quello che andrà in scena tra poche ore a Bruxelles fra Angela Merkel e Alexis Tsipras non fa eccezione. Sia la cancelliera tedesca che il premier greco si porteranno al tavolo i rimpianti degli ultimi mesi e anche questi potrebbero far loro da guida per una via che, ormai, è strettissima.
È una strada angusta nell’immediato, quando Atene e i suoi creditori dovranno trovare un’intesa in pochi giorni su un esborso per permettere alla Grecia di scongiurare la chiusura delle banche prese d’assalto dai cittadini, prevenire l’insolvenza dello Stato a fine giugno e attraversare l’estate. Ma se possibile la via è ancora più difficile sul suo secondo binario, quello del negoziato tenuto in ombra perché anche più pesante: è il confronto fra i governi dell’area euro, Tsipras e il Fondo monetario internazionale sull’ipotesi di un terzo grande piano di sostegno ad Atene da 40 o 50 miliardi di euro per gli anni a venire.
Con questi due fronti aperti dovranno fare i conti adesso Tsipras e Merkel a Bruxelles: l’appuntamento è per domani sera se non ci sarà — come non pare escluso — un rinvio ai giorni seguenti. Entrambi i leader possono lasciarsi guidare dagli errori recenti. Se a dicembre scorso Tsipras avesse accettato un compromesso sul nuovo capo dello Stato con il governo moderato di allora, invece di forzare un voto anticipato di un anno, oggi si preparerebbe comunque a prendere il potere: nel frattempo, avrebbe lasciato ai predecessori di centrodestra il confronto in Europa sulle pensioni dei greci che da domani, invece, tocca a lui. Anche Merkel ha un’omissione da rimproverarsi, e anche a lei potrebbe tornare utile ora che il tempo è scaduto. Se sette mesi fa la cancelliera avesse spinto l’area euro a stare ai patti con Atene, forse oggi non dovrebbe sedersi davanti a Tsipras ma con un leader più moderato. Bastava mantenere l’impegno, formulato dall’Eurogruppo nel novembre del 2012, di alleggerire ancora un po’ il peso del debito greco quando Atene avesse prodotto un attivo di bilancio al netto degli interessi. Quel surplus è arrivato nel 2014, a un costo sociale altissimo, ma nel frattempo i creditori hanno dimenticato la loro promessa e la sinistra radicale in Grecia ha avuto campo aperto alle elezioni.
Questi stessi elementi, immancabilmente, torneranno al centro del negoziato nelle prossime ore. Atene e gli altri governi dell’euro non sono troppo distanti su uno dei temi essenziali per poter sbloccare una rata di prestiti da 7,2 miliardi da vecchio programma, quella che serve a permettere alla Grecia di far fronte alle scadenze sul debito dell’estate. Il punto di base è l’avanzo «primario» (prima di pagare gli interessi sul debito) che Atene dovrà tenere nei prossimi anni. Per il 2015 c’è accordo per un surplus dell’1% del Pil, sul 2016 l’Europa chiede il 2,5% e Atene propone mezzo punto di meno e anche sul 2017 le distanze non sono enormi. In contropartita Tsipras chiede una nuova promessa, di alleggerire il debito, e l’area euro potrebbe riaffermare l’impegno del 2012.
È però quando si entra nei dettagli che il confronto si fa duro, perché il problema principale sono le pensioni. In Grecia fino al 2009 ogni anno lo Stato colmava con il proprio deficit un buco pari al 40% dei costi del sistema. Da allora l’età del ritiro è stata alzata e gli assegni ridotti, ma la riforma non vale per chi ha maturato diritti acquisiti con il vecchio metodo. Ancora oggi il 15% dei pensionati greci ha meno di 60 anni e un assegno medio di quasi mille euro, mentre nel settore privato si continua a ritirarsi con i pieni diritti a 60,6 anni di media (in Italia si è arrivati a 66).
Ora il governo di Atene propone di salire a 62 anni «gradualmente entro il 2025» ed è facile intuire che ciò mandi i Paesi creditori su tutte le furie. Fra prestiti bilaterali, garanzie sul Fondo salvataggi e capitale nella Banca centrale europea, la sola Italia oggi è esposta su Atene per 53 miliardi di euro. Non è facile spiegare agli italiani che bisogna prestare altri miliardi a un Paese dove si va in pensione molto prima, o dove l’aliquota sui redditi dei più ricchi resta di oltre il 10% sotto a quelle fissate a Roma. È su questi temi che da domani il confronto sarà duro. L’accordo non è impossibile se Tsipras capirà che smentire le promesse di campagna elettorale può essere più saggio che distruggere il proprio Paese e il proprio stesso futuro politico.
Nel frattempo si negozia anche su un terzo programma pluriennale da almeno 40 miliardi. Molti governi europei non intendono mettere a rischio altri fondi se anche il Fmi non sarà della partita come garante, ma a sua volta il Fondo monetario rifiuta di partecipare se i governi europei non si impegnano a far approvare gli esborsi dai loro parlamenti. E anche qui è stallo: dopo cinque anni e cinque mesi di rimpianti e fallimenti, la saga greca ormai è riuscita a mettere proprio tutti contro tutti gli altri.
Federico Fubini

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