Tagli alla coo­pe­ra­zione non alle spese militari

Il rapporto. La fotografia di Openpolis, in Italia da dieci anni i soldi investiti in armi restano gli stessi

Giulio Marcon, il manifesto redazione • 26/6/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Studi, Rapporti & Statistiche • 893 Viste

Il rap­porto di ieri di Open­po­lis, rea­liz­zato in col­la­bo­ra­zione con Actio­naid, su quanto si spende in Ita­lia per la difesa e per la coo­pe­ra­zione inter­na­zio­nale ha il merito di con­fer­marci la gra­vità delle scelte com­piute in que­sti anni dal governo e dal par­la­mento ita­liani. Open­po­lis ci ricorda che per ogni 10 euro spesi per le armi, se ne spende solo uno per la coo­pe­ra­zione e la soli­da­rietà inter­na­zio­nale: que­sto in anni in cui si dice che per affron­tare il dramma dell’immigrazione biso­gna soste­nere le eco­no­mie dei paesi più poveri.

Secondo il Sipri (il pre­sti­gioso isti­tuto sve­dese di studi per il disarmo) abbiamo speso nel 2014 ben 29,2 miliardi per la difesa (80 milioni di euro al giorno) e 2,9 miliardi per la coo­pe­ra­zione. 10 anni fa per le armi spen­de­vamo 31 miliardi. Ma ci sono poi i soldi spesi per gli inve­sti­menti nei sistemi d’arma (ad esem­pio gli F35 o le fre­gate Fremm), inclusi nei capi­toli di spesa del mini­stero dello Svi­luppo economico.

Quindi, sostan­zial­mente non è cam­biato gran­ché negli ultimi 10 anni per la difesa. Men­tre molto è cam­biato in dieci anni per la scuola e l’università, cui il governo ha tagliato 8,5 miliardi; per la sanità (22 miliardi di tagli); per i comuni (27 miliardi di tagli, soprat­tutto ai ser­vizi sociali). E anche la coo­pe­ra­zione ha avuto i suoi tagli. Dal 2005 ad oggi c’è stato quasi il dimez­za­mento dei fondi per la coo­pe­ra­zione, che è pas­sata dallo 0,29 per cento allo 0,16 del Pil. Siamo ormai alle briciole.

E nono­stante da alcuni mesi abbiamo una nuova legge sulla coo­pe­ra­zione, soldi nuovi non se ne vedono, men­tre nel frat­tempo se ne pro­met­tono di più alle imprese, al mer­cato e al cosid­detto par­te­na­riato pubblico-privato. Più che una legge sulla coo­pe­ra­zione (con i paesi poveri) sem­bra una legge per la com­pe­ti­zione (delle nostre imprese) sui nuovi mer­cati. E, come in un sistema di vasi comu­ni­canti, il vice mini­stro degli esteri (con la delega alla coo­pe­ra­zione) ha lasciato il suo inca­rico per andare a fare il vice pre­si­dente dell’Eni.

E così con­ti­nue­remo a spen­dere tanti soldi per le armi. Altri 10,5 miliardi per gli F35 e poi altri 3–4 miliardi per le fre­gate Fremm. Nel frat­tempo è aumen­tato anche il nostro com­mer­cio di armi con agli altri paesi, men­tre a livello mon­diale il l’Institute for Eco­no­mic and Peace ci dice che per le armi, le guerre ed i con­flitti viene bru­ciata ogni anno la cifra stra­to­sfe­rica di 14mila miliardi di dol­lari, cioè il 13,4 per cento del Pil mon­diale. Baste­rebbe una parte di quella cifra per risol­vere per sem­pre i pro­blemi di denu­tri­zione e care­stia, di accesso all’acqua e di lotta alle pan­de­mie nel mondo.

Il governo ita­liano — con una mini­stra della difesa caduta in disgra­zia a Renzi e sem­pre più ina­de­guata per il suo inca­rico isti­tu­zio­nale — ha da poco dif­fuso un «libro bianco sulla difesa» che con­ferma le scelte sba­gliate fatte in que­sti anni e ha sfor­nato un Docu­mento di pro­gram­ma­zione plu­rien­nale per la Difesa che ci con­ferma le folli spese in sistemi d’arma nei pros­simi anni. Il rap­porto di Open­po­lis ci ricorda che tra il 2009 e il 2014 si sono spesi per le mis­sioni mili­tari all’estero 8 miliardi di euro, di cui meno del 10 per cento è andato alla coo­pe­ra­zione e all’aiuto umanitario.

È la con­ferma di una scelta: a favore della guerra e dell’interventismo mili­tare e non per la coo­pe­ra­zione inter­na­zio­nale. Una scelta che, tra l’altro, non ha paci­fi­cato e rico­struito con­di­zioni di sta­bi­lità in Medio Oriente, ma che invece ha ali­men­tato il ter­ro­ri­smo, il caos, i con­flitti. Una scelta fal­li­men­tare che andrebbe ripen­sata. Non lo si fa per tanti motivi (poli­tici, di potere, di rela­zioni inter­na­zio­nali), ma anche –soprat­tutto– per­ché al com­plesso militare-industriale (come si sarebbe detto una volta) il busi­ness delle armi e della guerra fa molto comodo: garan­ti­sce lauti gua­da­gni e con­tri­bui­sce a man­te­nere un ordine eco­no­mico e poli­tico mon­diale fon­dato sull’ingiustizia.

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