Un «golpe strisciante» contro il governo di Tsi­pras

Un «golpe strisciante» contro il governo di Tsi­pras

Grexit. I media del mondo: no all’intransigenza della troika. Ma c’è l’opzione del «default» senza uscita dall’euro, con la Grecia che non ripagherà il debito pubblico detenuto per l’80% da fondi europei, paesi membri, Fmi e Bce, né pagherà gli interessi dovuti

Il Fmi ha silu­rato l’ennesima pro­po­sta greca – in cui Syriza si era già spinta molto (troppo?) in là nelle con­ces­sioni alla troika, accet­tando nuovi aumenti delle impo­ste e obiet­tivi di bilan­cio per i pros­simi anni dif­fi­cil­mente soste­ni­bili – per­ché le misure pro­po­ste da Tsi­pras, tra cui l’aumento delle tasse sulle imprese e una tassa una tan­tum sugli utili d’impresa supe­riori ai 500,000 euro l’anno, in alter­na­tiva ai tagli alle pen­sioni chie­sti dall’Fmi, avreb­bero un «effetto reces­sivo». Se la situa­zione non fosse così dram­ma­tica, ci sarebbe da ridere.

La stessa isti­tu­zione che in Gre­cia si è mac­chiata di uno dei più deva­stanti fal­li­menti pre­dit­tivi ed eco­no­mici della sto­ria – nel 2010 il Fondo aveva pre­vi­sto che il Pil greco si sarebbe con­trato del 5%, men­tre oggi siamo a –25% –, oggi vor­rebbe dare a Tsi­pras, reo di aver cer­cato di redi­stri­buire un po’ il peso fiscale dell’aggiustamento, lezioni di cre­scita. Quando peral­tro gli stessi studi dell’Fmi sul famoso «mol­ti­pli­ca­tore fiscale» dimo­strano che gli aumenti di tasse hanno un impatto reces­sivo minore rispetto ai tagli alla spesa.

D’altronde, non ci vuole molto a capire che in que­sto momento tagliare ulte­rior­mente le pen­sioni, che rap­pre­sen­tano l’ultima linea con­tro la povertà per milioni di greci, avrebbe un impatto reces­sivo ben più grave degli ina­spri­menti fiscali pro­po­sti dal governo (che comun­que, sia chiaro, sarebbe meglio evi­tare nel mezzo di una depres­sione eco­no­mica). Dif­fi­cile non con­di­vi­dere la rea­zione a caldo di Tsi­pras alla noti­zia dell’ennesimo niet dei cre­di­tori: «O non vogliono un accordo oppure vogliono ser­vire gli inte­ressi degli oli­gar­chi greci».

Paul Krug­man sul suo blog è stato ancora più espli­cito: «A que­sto punto dovremmo smet­terla di par­lare del rischio di un’“uscita acci­den­tale” della Gre­cia dall’euro; se il Gre­xit ci sarà, sarà per­ché lo hanno voluto i cre­di­tori, e in par­ti­co­lare l’Fmi». D’altronde lo stesso Tsi­pras ha recen­te­mente accu­sato la troika di voler imporre un «cam­bio di regime» nel paese ellenico.

Un sospetto ali­men­tato dalla pre­senza a Bru­xel­les negli ultimi giorni dei tre lea­der dell’opposizione: l’ex pre­mier Anto­nis Sama­ras, il nuovo lea­der del Pasok Fofi Gen­ni­mata e Sta­vros Theo­do­ra­kis, segre­ta­rio di To Potami. Dando corpo all’ipotesi che l’obiettivo dei lea­der dell’Ue, a que­sto punto, non sia quello di un accordo ma piut­to­sto di por­tare il paese sull’orlo del bara­tro, costrin­gendo il governo a indire nuove ele­zioni, in cui l’opposizione si pre­sen­te­rebbe sotto un’unica ban­diera pro-Europa.

Se vera­mente siamo di fronte al ten­ta­tivo dell’establishment euro­peo di imporre un golpe soft nel paese – e ormai è una pos­si­bi­lità che non si può esclu­dere –, quali opzioni riman­gono al governo? Insi­stere nel ten­ta­tivo di giun­gere a un «com­pro­messo ono­re­vole» che ormai appare impos­si­bile sarebbe con­tro­pro­du­cente. Anche per­ché, se uno degli obiet­tivi del ten­ta­tivo di «appea­se­ment» di Tsi­pras era quello di dimo­strare la buona volontà della nuova diri­genza greca, sol­le­vando così il governo da ogni respon­sa­bi­lità per un’eventuale «uscita for­zata» del paese dall’euro — e annessi effetti col­la­te­rali –, quell’obiettivo può con­si­de­rarsi rag­giunto. Basta leg­gere i com­menti della stampa inter­na­zio­nale, sem­pre più cri­tici nei con­fronti dell’intransigenza della troika.

È anche per sal­va­guar­dare que­sto «cre­dito poli­tico» — ma soprat­tutto per evi­tare di peg­gio­rare ulte­rior­mente la situa­zione eco­no­mica del paese, molto dipen­dente dalla impor­ta­zioni di cibo, car­bu­rante e medi­ci­nali – che andrebbe evi­tata l’uscita uni­la­te­rale della Gre­cia dall’euro. Rimane una terza opzione: quella del default senza uscita dall’euro, con l’annuncio che la Gre­cia non ripa­gherà il debito pub­blico dete­nuto per l’80% da fondi euro­pei d’emergenza, paesi mem­bri, Fmi e Bce, né pagherà gli inte­ressi dovuti.

A quel punto l’Europa sarebbe costretta a sco­prire le sue carte. Non c’è nes­sun motivo, infatti, per cui un default dovrebbe com­por­tare l’uscita del paese dall’euro; que­sto dipen­derà uni­ca­mente dal com­por­ta­mento della Bce: se que­sta accetta di ristrut­tu­rare e rica­pi­ta­liz­zare le ban­che gre­che – ponendo come con­di­zione che que­ste non com­prino più titoli di Stato elle­nici, sostan­zial­mente reci­dendo il legame banche-governo, secondo la pro­po­sta avan­zata da Wil­liam Bui­ter sul Finan­cial Times -, lo Stato greco, sol­le­vato dal far­dello del debito, potrebbe tor­nare sui mer­cati e l’economia potrebbe ripartire.

Volendo, il governo potrebbe anche pren­dere in con­si­de­ra­zione l’introduzione di una moneta com­ple­men­tare, sul modello dei «cer­ti­fi­cati di cre­dito fiscale» di cui tanto si parla. Se, al con­tra­rio, la Bce decide di chiu­dere i rubi­netti della liqui­dità, l’uscita del paese dalla moneta unica – o peg­gio – sarà quasi ine­vi­ta­bile. Ma almeno il mondo intero saprà che «sarà per­ché lo hanno voluto i creditori».



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