Una bella rimpatriata

Migranti . L’Unione europea prepara rimpatri e muri, l’Italia si accoda e mostra il pugno duro. Vergogna di Ventimiglia e ideologia dell’esclusione

Tommaso Di Francesco, il manifesto redazione • 17/6/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 682 Viste

Le scene al con­fine di Ven­ti­mi­glia con la poli­zia ita­liana sca­te­nata con­tro i migranti rin­corsi fin sugli sco­gli, è un’estate al mare dif­fi­cil­mente dimen­ti­ca­bile quanto a ver­go­gna del Bel­paese e odio­sità. Il mini­stro Alfano, con la coda fra le gambe di fronte alla pro­ter­via dei mini­stri degli interni euro­pei, l’ha per­fino riven­di­cata in pieno dal ver­tice di Lus­sem­burgo. Come a dire: guar­date che anche noi siamo capaci di essere forti con i deboli e di respin­gere con la vio­lenza i migranti. In più coniando — copiando da film — la parola hot spot, per la neces­sità dichia­rata di avere a dispo­si­zione «siti» neces­sari per la veri­fica dei pos­si­bili rim­pa­tri. «L’efficacia del sistema — ha detto Alfano — dipende da come si gesti­scono gli ‘hot spot’, cen­tri d’identificazione in cui sepa­rare i rifu­giati da chi emi­gra per ragioni eco­no­mi­che, che va rimpatriato.…se gli hot spot non fun­zio­nano, salta il sistema».

Eccola l’Europa unita, l’area eco­no­mica più ricca della terra, ecco l’Italia che si fa «pro­ta­go­ni­sta»: dal pre­zioso soc­corso ai dispe­rati sui bar­coni di Mare Nostrum siamo pas­sati, sotto l’incubo delle varie ele­zioni interne, alla mis­sione Tri­ton di blocco e respin­gi­mento (solo per­ché è sotto le tele­ca­mere di mezzo mondo, che ven­gono aiu­tati, sbar­cati e avviati nei cen­tri d’accoglienza dai quali saranno respinti), per annun­ciare una impos­si­bile — per ora — guerra in Libia; poi da Tri­ton siamo pre­ci­pi­tati alle quote, rifiu­tate da tutta l’Unione nono­stante l’esiguità (solo 40mila pro­fu­ghi da ripar­tire tra 28 Paesi); adesso dalle quote appro­diamo ai rim­pa­tri, anche vio­lenti, dei cosid­detti pro­fu­ghi economici.

Per­ché si può fug­gire dalle guerre — almeno a chiac­chiere — per sot­to­porsi poi alla veri­fica infer­nale del diritto d’asilo sì diritto d’asilo no, ma dalla mise­ria e dai disa­stri eco­no­mici è vie­tato fug­gire. Impos­si­bile abban­do­nare le dise­gua­glianze di accesso ai beni che la nostra eco­no­mia occi­den­tale ha creato in Africa. Lì dove in molte eco­no­mie ric­chis­sime di risorse mine­ra­rie, di terre e di agri­col­tura, i popoli invece vivono in mise­ria, assog­get­tati a poteri e lea­der­ship che noi ben cono­sciamo, ben ricom­pen­siamo e che siamo pronti a ben remu­ne­rare se ripren­dono indie­tro gli «scarti umani»: siamo all’accaparramento delle vite altrui, altro che land grab­bing. Il pro­fugo eco­no­mico non pas­serà mai più dalla for­tezza europea.

Natu­ral­mente siamo ormai fuori da ogni sistema di con­ven­zioni inter­na­zio­nali che sosten­gono l’impianto — resi­duo — delle Nazioni unite che ormai impal­li­di­scono con il loro diritto inter­na­zio­nale, già ampia­mente sva­lu­tato dalla pra­tica della guerra, di fronte al for­tino del Vec­chio Con­ti­nente e alle sue nuove regole deva­stanti ogni prin­ci­pio di civiltà e umanità.

Per­ché se con­ti­nua così anche il diritto d’asilo sarà rimesso in discus­sione di fronte all’autorità di chi ha con­dotto le guerre «uma­ni­ta­rie» nelle terre da dove oggi fug­gono i migranti: chi arriva dal Mali, dov’è in corso l’intervento fran­cese che riguarda anche Niger e Ciad, vale a dire la fascia sot­tesa al deserto della Libia, distrutta da un altro «nostro» inter­vento mili­tare, come può mai pen­sare di fug­gire e chie­dere asilo se le truppe fran­cese stanno già «garan­tendo» demo­cra­zia e civiltà? E chi fugge dal Kosovo — dalla cui mise­ria sono in fuga in più di cen­to­mila dall’inizio dell’anno — la terra che ha visto il primo inter­vento uma­ni­ta­rio della Nato, come potrà mai riven­di­care il diritto d’asilo se i nostri bom­bar­da­menti del 1999 sono stati giu­sti­fi­cati pro­prio per risol­vere e «paci­fi­care» quella crisi? Rim­pa­tria­moli e basta: soprat­tutto per­ché­sono i testi­moni dei nostri, ripe­tuti fal­li­menti bel­lici. E poi?

La rispo­sta arriva da Parigi e da Buda­pest: si avanza la pro­po­sta di nuovi muri, dopo quello spa­gnolo di lame e filo spi­nato di Ceuta e Melilla, ne viene pre­vi­sto uno dall’immaginario con­cen­tra­zio­na­rio euro­peo anche a Calais e, minac­cia il duro Vik­tor Orbán, subito sulla fron­tiera serbo-ungherese. E allora via alla bella rimpatriata.

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