«Chinadown», il dilemma di Pechino per controllare i mercati azionari

«Chinadown», il dilemma di Pechino per controllare i mercati azionari

La foto che tro­vate qui sopra è una delle tante che hanno fatto il giro del mondo: anziani, pen­sio­nati cinesi, nell’atto di osser­vare i pro­pri risparmi vola­ti­liz­zarsi a causa del tonfo delle borse nazio­nali (che pure come media in gene­rale hanno garan­tito numeri da record).

I pen­sio­nati che fanno parte dell’esercito dei «pic­coli azio­ni­sti» sono stati con­si­de­rati fino ad oggi non solo vit­time del tonfo, ma anche i «respon­sa­bili» prin­ci­pali. Sareb­bero stati loro i primi a ven­dere, ter­ro­riz­zati dalla per­dita non solo dei pro­pri inve­sti­menti, ma per­fino dei pre­stiti chie­sti per inve­stire (pre­stiti spesso otte­nuti dal sistema delle «ban­che ombra»). Ma sul caso delle borse cinesi, non si può dire che gli ana­li­sti e gli «esperti» ci abbiano azzec­cato sempre.

A soste­nerlo è l’Eco­no­mist, che pro­prio ieri, in uno dei suoi arti­coli apparsi on line, ritiene che la let­tura dei «vec­chietti impa­ni­cati» cinesi, in pieno «tao lao», persi cioè nei mean­dri del mer­cato azio­na­rio, non sia esatta, anzi. A per­dere la testa — al con­tra­rio — sareb­bero stati pro­prio i tanti gio­vani impe­gnati a gio­care in borsa, poco avvezzi, al con­tra­rio dei loro nonni, ai ribal­ta­menti del mercato

Gio­vani, non anziani

Secondo la rivi­sta bri­tan­nica, nel 2004, il 27,8% di que­sto eser­cito di pic­coli azio­ni­sti era com­po­sto da per­sone sotto i 30 anni, secondo sta­ti­sti­che dell’ente che regola il mer­cato azio­na­rio cinese.

Que­sta quota sarebbe salita al 36,1% entro il 2013. E all’inizio di quest’anno, «quando il mer­cato azio­na­rio era circa a metà di una bolla che ha visto i valori ini­ziali quasi tri­pli­care in 12 mesi», la mag­gio­ranza degli azio­ni­sti erano gio­vani. Nel primo tri­me­stre del 2015 il 62% di un numero record di nuovi azio­ni­sti (8 milioni) era com­po­sto da per­sone nate dopo il 1980. Al con­tra­rio, solo il 5% erano di età supe­riore ai 55 anni.

E non solo, per­ché secondo Reu­ters, che ne ha inter­vi­stato alcuni — che hanno chie­sto di rima­nere ano­nimi — sareb­bero pronti, al minimo segnale di ripresa, a ven­dere tutto il ven­di­bile per pro­vare a recu­pe­rare le per­dite. Il «Chi­na­down» dun­que, avrebbe carat­te­ri­sti­che ben più com­pli­cate di quanto sospet­tato, non solo nei pro­pri pro­ta­go­ni­sti, ma anche nelle pro­prie cause.

Anche se c’è un motivo prin­ci­pale che lega e tiene insieme tutte le moti­va­zioni valide a spie­gare quanto è suc­cesso, ovvero il nuovo dilemma, forse il più com­pli­cato, per la nuova diri­genza poli­tica cinese.

Il sogno di Xi barcolla

Il dato di par­tenza è infatti il seguente: se è vero che la scop­pola al mer­cato dello scorso 12 luglio (quello al ter­mine del quale sono stati bru­ciati oltre tre­mila miliardi) è arri­vato per il «panic sen­ti­ment» dei 90 milioni di pic­coli inve­sti­tori, è pure vero che il governo aveva imme­dia­ta­mente pro­messo misure in grado di con­tra­stare le per­dite. Divieto di ven­dita a chi aveva in dote più del 5 per cento di un titolo e la pro­messa che le aziende di stato avreb­bero com­prato anzi­ché venduto.

Dopo la comu­ni­ca­zione, il silen­zio. I primi effetti della pro­messa ave­vano fun­zio­nato, per­ché il mer­cato aveva «rim­bal­zato» dando fidu­cia circa un’emergenza rien­trata. Ma alla lunga i pic­coli azio­ni­sti, che secondo alcuni cal­coli costi­tui­reb­bero addi­rit­tura l’80 per cento degli ope­ra­tori, si sareb­bero nuo­va­mente spa­ven­tati, rico­min­ciando a ven­dere in modo frenetico.

Colpa del fatto che in seguito alle pro­messe, non sono arri­vati atti uffi­ciali. Ne è con­se­guito il crollo di lunedì, e la gior­nata non certo posi­tiva di ieri con la borsa di Shan­ghai ancora sotto tra l’1, 78 e il 3,63. Il dato con­fer­me­rebbe dun­que il fatto che chi opera in Cina ha poca fidu­cia nella classe diri­gente e nelle scelte della poli­tica e — allo stesso modo — attende pro­prio le deci­sioni del governo cen­trale per pren­dere le debite contromisure.

A que­sti fat­tori ne vanno aggiunti altri di natura eco­no­mica: il pas­sag­gio, deli­ca­tis­simo, della Cina da un’economia basata sull’esportazione ad una trai­nata dal mer­cato interno stenta. La cre­scita, per quanto soste­nuta, si è abbas­sata e nel paese comin­ciano a ser­peg­giare sen­ti­menti di sfi­du­cia e pes­si­mi­smo. In attesa di un segnale da Zhong­na­n­hai, il Crem­lino cinese.



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