Come finanziare l’educazione

Il summit in Norvegia.  L’accesso universale all’istruzione costa 210 miliardi di dollari entro il

Gordon Brown, Il Sole-24 Ore redazione • 2/7/2015 • Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Istruzione & Saperi • 1030 Viste

La Norvegia, rappresentata dal premier Erna Solberg e dal ministro degli Esteri Børge Brende, ospiterà il 6 e 7 luglio una conferenza sull’istruzione per lo sviluppo con l’obiettivo di promuovere la cooperazione globale in materia di istruzione. La speranza è che il summit, a cui parteciperà il Segretario Onu Ban Ki-moon, contribuisca al perseguimento dell’obiettivo previsto dall’agenda per lo sviluppo post-2015 di garantire l’educazione prescolare, primaria e secondaria a tutti i bambini entro il 2030.
Ma di strada da fare ce n’è ancora tanta. Se oggi vi sono oltre 40 milioni di bambini scolarizzati in più rispetto al 2000, ce ne sono ancora 58 milioni e 63 milioni che non hanno accesso rispettivamente alla scuola primaria e secondaria e circa la metà dei bambini in età da scuola elementare vive in Paesi colpiti da guerre e crisi. Non ci sono mai stati tanti profughi bambini dai tempi della Seconda guerra mondiale. Le femmine, in particolare, riscontrano maggiori difficoltà perché devono lottare per guadagnarsi il diritto all’istruzione quando la lotta contro i matrimoni precoci, lo sfruttamento minorile e il traffico di donne e bambine non è ancora stata vinta.
I progressi non saranno facili, anche perché la crisi degli aiuti allo sviluppo è sempre più acuta. Nonostante l’aumento del 9% tra il 2010 e il 2013, gli aiuti destinati all’istruzione di base sono precipitati del 22%, passando dai già miseri 4,5 a 3,5 miliardi di dollari. Nei Paesi non fragili e a basso reddito, l’aiuto per l’istruzione primaria ammonta a soli 23$ annui a bambino – appena sufficienti per acquistare due libri di testo – 8% in meno rispetto a dieci anni fa. L’aiuto annuo per l’istruzione primaria è di soli 11$ a bambino nella Repubblica Democratica del Congo, in Togo e Guinea, di 10$ a bambino nella Repubblica Centrafricana e in Madagascar, di 5$ a bambino nel Ciad e di soli 4$ a bambino in Nigeria, il Paese con il più elevato tasso di non scolarizzazione.
Quelle cifre sono basse perché la spesa interna e altre fonti di finanziamento non sono abbastanza elevate da compensare la differenza. Nei Paesi più poveri, la spesa totale per l’istruzione è di circa 80$ a bambino l’anno – rispetto a più di 8000$ a bambino nelle economie avanzate – e può scendere fino a 24$ l’anno (nella Repubblica Democratica del Congo).
Il punto è che garantire un’istruzione a tutti i bambini del mondo costa. Garantire l’accesso universale all’educazione prescolare, primaria e secondaria nei Paesi a reddito basso e medio-basso costerà circa 210 miliardi di dollari entro il 2020 – cifra che non scende molto nemmeno con le più ottimistiche delle previsioni. Se i Paesi poveri spendessero tutta la loro capacità fiscale per l’istruzione, avrebbero bisogno di almeno altri 25 miliardi di dollari di fondi aggiuntivi.
La speranza è che i donatori di tutto il mondo aumentino gli aiuti all’istruzione a un ritmo simile a quello goduto dagli aiuti complessivi allo sviluppo negli ultimi dieci anni. I Paesi più poveri vedrebbero aumentare i loro tassi di crescita economica dell’1-2% portando il budget per l’istruzione da 2 al 5% del Pil, eppure, anche così mancherebbero almeno 15 miliardi di dollari l’anno.
Per colmare quella mancanza serve un approccio nuovo, che sfrutti nuove fonti di finanziamento come il settore privato, le organizzazioni filantropiche e le economie emergenti, assicurando un impiego più efficiente possibile del denaro. Le proposte interessanti non mancano certo.
Una proposta importante è una piattaforma umanitaria globale che finanzierebbe l’istruzione – insieme al sostentamento, alla protezione, all’alloggio e all’assistenza sanitaria – durante le emergenze. Un insieme di fondi prestabiliti e di facile accesso avrebbe potuto aiutare i milioni di bambini intrappolati nei conflitti in Iraq, Libia e Siria o il milione di alunni nepalesi rimasti senza una scuola a seguito del terremoto. Invece, si sono ritrovati con un gap di 4,8 miliardi di dollari. Con le crisi durature che stanno colpendo i bambini in tutto il mondo – dal Sud Sudan al Myanmar – non c’è tempo da perdere per istituire una piattaforma del genere.
Una seconda proposta vorrebbe che i governi nazionali tagliassero i sussidi nazionali per l’energia, costosi, inutili e poco mirati, e convogliassero il denaro così risparmiato nell’istruzione. Quei sussidi ammontano a qualcosa come 300 miliardi di dollari l’anno (secondo stime prudenziali) e tendono ad avvantaggiare i più abbienti, incoraggiando un consumo eccessivo.
L’Indonesia, per esempio, ha ridotto sostanzialmente i sussidi ai carburanti quando il governo si è reso conto che tra il 2009 e il 2013 vi aveva investito di più rispetto ai programmi per le infrastrutture e il welfare sociale. Con il prezzo del petrolio così basso, molti Paesi potrebbero seguire l’esempio indonesiano sfruttando le entrate extra per costruire scuole, assumere e formare nuovi insegnanti e migliorare l’insegnamento per tutti.
Una terza proposta implica il ricorso a meccanismi di aiuto innovativi come i Social impact bond per anticipare la nuova spesa per l’istruzione. Un approccio del genere, orientato al risultato, contribuirebbe a spronare la filantropia a favore dell’istruzione che al momento rappresenta solo un decimo di quella per la sanità. Sforzi altrettanto creativi potrebbero far aumentare l’impegno delle fondazioni caritatevoli: al momento le fondazioni americane investono solo l’1% delle risorse allo sviluppo nell’istruzione di base dei Paesi poveri.
L’ultima proposta al vaglio della Banca Mondiale è un’emissione di debito a fronte dei prestiti IDA. Con un afflusso di più di 150 miliardi di dollari nei prossimi quindici anni, potrebbe esserci un nuovo, cospicuo investimento sociale da parte della Banca.
Bertrand Badre, direttore finanziario della Banca Mondiale, ha un piano per sfruttare quegli afflussi futuri che andrebbero a sommarsi ad altre fonti di finanziamento. Se il piano Badre venisse attuato, verrebbero raccolti altri 10 miliardi di dollari – se non 20 – da destinare ogni anno allo sviluppo internazionale e parte di quei fondi sarebbe sicuramente investito nel settore che l’inchiesta della Banca Mondiale ha indicato come prioritario: l’istruzione.
Negli ultimi quindici anni abbiamo dimostrato che un’azione globale funziona, ma se vogliamo garantire a tutti i bambini le opportunità cui hanno diritto, dovremo fare molto di più.
(Traduzione di Francesca Novajra)

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