DIECI RAGIONI PER LEGALIZZARE LA CANNABIS

la proposta di legge bipartisan per la legalizzazione della cannabis è presentata alla Camera da 218 parlamentari di partiti diversi: oltre cento del Partito democratico, un altro centinaio del Movimento 5 Stelle e tutta Sinistra ecologia libertà

GIOVANNI VALENTINI, la Repubblica redazione • 17/7/2015 • Copertina, Droghe & Dipendenze • 632 Viste

 HA UN doppio valore la proposta di legge bipartisan per la legalizzazione della cannabis, presentata alla Camera da 218 parlamentari di partiti diversi: oltre cento del Partito democratico, un altro centinaio del Movimento 5 Stelle e tutta Sinistra ecologia libertà.
IN PRIMO luogo, rappresenta un approccio concreto e non più ideologico a una questione sociale di grande rilevanza e attualità, diciamo pure una “piaga” della società contemporanea. E poi perché questo schieramento trasversale può costituire il nucleo di un fronte più vasto, in Parlamento e nell’opinione pubblica, per superare i pregiudizi e gli steccati che finora hanno impedito di affrontare il problema in modo efficace e decisivo. Vediamo in sintesi dieci “buoni motivi” per procedere su questa strada, senza avere naturalmente la pretesa di essere depositari della verità.
1) La droga fa male, come l’alcool e il fumo, ma può fare meno male se è legale. Dipende anche dalla quantità e dalla qualità. Vale qui il principio della “riduzione del danno”. Posto che il consumo di droga non verrà mai debellato, si tratta — appunto — di limitarne il più possibile gli effetti e le conseguenze negative: anche sul piano sociale, per tutta la collettività.
2) Un argomento classico degli anti-proibizionisti è che “la droga non è vietata perché fa male, ma fa male perché è vietata”. E ciò perché le condizioni di clandestinità in cui solitamente viene confezionata, “tagliata”, spacciata e consumata accrescono i rischi per la salute personale e per la sicurezza collettiva.
3) Un’altra tesi a favore della legalizzazione sostiene che questo è un mercato dell’offerta più che della domanda. Vale a dire un mercato alimentato e “promosso” dai trafficanti e dagli spacciatori. Una miniera d’oro per tutta la criminalità organizzata internazionale: nel nostro Paese, il traffico di droga genera la maggior parte dei ricavi illegali, circa 24 miliardi di euro (“Libro bianco” del Consiglio italiano delle Scienze sociali).
4) Ai tempi del proibizionismo contro l’alcol in America, a cui s’ispirano tanti film ambientati nella Chicago degli anni Trenta, il whisky veniva spesso alterato e subiva “sofisticazioni” dannose per l’organismo. Se oggi — per esempio — fosse improvvisamente impedita per una qualche ragione la vendita della liquirizia, o di qualsiasi altra sostanza alimentare, quel prodotto diventerebbe immediatamente oggetto di traffico clandestino e di spaccio. È il meccanismo psicologico della “mela proibita”.
5) In Italia, il proibizionismo contro la droga c’è già. Ed evidentemente non funziona. La repressione non basta. Tant’è che l’apparato statale non riesce a impedire lo spaccio neppure all’interno delle carceri, dove può controllare il cittadino detenuto 24 ore su 24. Il potere di corruzione e di penetrazione della droga, assicurato dagli alti margini di profitti che possono arrivare fino a mille e più volte il capitale inizialmente investito, scavalca anche le mura di cinta dei penitenziari.
6) La legalizzazione della droga produrrebbe, fra gli altri, anche l’effetto di ridurre l’affollamento carcerario, arrivato in Italia a livelli intollerabili e disumani. Secondo i dati forniti dall’associazione Antigone, impegnata nella difesa dei diritti negli istituti di pena, il 40% degli oltre 60mila detenuti, e la metà di quelli stranieri, è in cella per reati — spesso anche minori — legati al commercio di droga.
7) La lotta alla droga non è né di destra né di destra. È una battaglia liberale. Tant’è che a suo tempo è stata lanciata dal Premio Nobel per l’Economia, Milton Friedman, sostenuta da settimanali come The Economist e, in Italia, da L’Espresso .
Si tratta di prendere atto realisticamente del fallimento del proibizionismo per utilizzare strumenti diversi, più mediatici e funzionali: l’informazione, l’educazione, la dissuasione.
8) Nella “società della comunicazione”, uno spot o un manifesto può risultare anche più efficace in questo caso di una retata della polizia o di un’irruzione dei carabinieri. La riduzione del tabagismo, per effetto delle campagne sanitarie contro il fumo, lo dimostra. E le ingenti risorse, economiche e umane, che ora vengono impiegate nella lotta alla droga potrebbero essere utilizzate più proficuamente a questi scopi.
9) È chiaro che una campagna del genere deve estendersi su scala sovranazionale. Non c’è mercato più globale di quello della droga. Se la legalizzazione fosse attuata in un solo Paese, questo rischierebbe di diventare il “paradiso dei drogati”. Occorre una mobilitazione generale, ma non si può aspettare che tutti gli Stati siano d’accordo per cominciare a rompere il tabù.
10) Per motivi analoghi, anche la prostituzione dovrebbe essere legalizzata. Altrimenti, il “mestiere più antico del mondo” continuerà a essere esercitato nelle condizioni peggiori, per strada, nelle piazze o nei parchi pubblici, compromettendo l’igiene, il decoro e l’ordine pubblico. Questo, però, non è un “buon motivo” per non fare altrettanto con la droga.

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