Disastro Ilva, 47 rinviati a giudizio

Taranto. Per la Procura, un’associazione a delinquere: la famiglia Riva, i dirigenti dell’impianto, l’ex prefetto Ferrante. Ma in aula ad ottobre imputati anche politici e amministratori

Gianmario Leone, il manifesto redazione • 24/7/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Salute & Sicurezza sul lavoro • 787 Viste

È giunta ad un punto di svolta l’inchiesta «Ambiente Sven­duto» sull’Ilva di Taranto: ieri il giu­dice per le udienze pre­li­mi­nari, Vilma Gilli, ha accolto tutte le 47 richie­ste di rin­vio a giu­di­zio pre­sen­tate dalla Pro­cura sul pre­sunto disa­stro ambien­tale pro­vo­cato dallo sta­bi­li­mento side­rur­gico, con annessa omis­sione dolosa di cau­tele sui luo­ghi di lavoro e avve­le­na­mento delle acque e di sostanze ali­men­tari.
Que­sti i reati più gravi che sono con­te­stati a Nicola e Fabio Riva, figli dell’ex patron Emi­lio Riva (dece­duto lo scorso aprile), all’ex diret­tore dello sta­bi­li­mento Luigi Capo­grosso, all’ex respon­sa­bile delle rela­zioni isti­tu­zio­nali Giro­lamo Archinà, all’avvocato del Gruppo Riva Franco Perli, all’ex pre­si­dente del cda dell’Ilva ed ex pre­fetto di Milano Bruno Fer­rante, e ai cin­que fidu­ciari che per la Pro­cura costi­tui­vano il «governo ombra» del side­rur­gico: Lan­franco Legnani, Alfredo Ceriani, Gio­vanni Reba­ioli, Ago­stino Pasto­rino ed Enrico Bessone.

Per tutti l’accusa, gra­vis­sima, è di asso­cia­zione a delin­quere: per la Pro­cura avreb­bero agito per con­trol­lare «l’emissione di prov­ve­di­menti auto­riz­za­tivi nei con­fronti dello sta­bi­li­mento Ilva» e «con­sen­tire al pre­detto sta­bi­li­mento la pro­se­cu­zione dell’attività pro­dut­tiva». Secondo le peri­zie redatte dagli esperti chi­mici (che quan­ti­fi­ca­rono in 688 ton­nel­late l’anno di pol­veri immesse in atmo­sfera senza il rispetto di alcun limite di legge) ed epi­de­mio­logi nomi­nati dal tri­bu­nale di Taranto, hanno cau­sato dal 1998 al 2010 ben 368 decessi.

La con­ti­nua emis­sione di sostanze nocive per la Pro­cura è avve­nuta con «piena con­sa­pe­vo­lezza», deter­mi­nando un «gra­vis­simo peri­colo per la salute pub­blica» cau­sando «eventi di malat­tia e morte nella popo­la­zione», met­tendo a rischio la salute di lavo­ra­tori e cit­ta­dini, ed avve­le­nando i ter­reni su cui pasco­la­vano greggi di pecore e le acque in cui si alle­va­vano le cozze di Taranto. Nelle fasci­colo dell’inchiesta figu­rano anche le riprese video effet­tuate dai cara­bi­nieri del Noe di Lecce nel periodo maggio-giugno 2011 che con­si­glia­rono alla Pro­cura di arre­stare la mar­cia degli impianti già all’epoca.

Dei 47 rin­vii a giu­di­zio, tre riguar­dano le società Ilva Spa (in ammi­ni­stra­zione straor­di­na­ria dopo due anni di com­mis­sa­ria­mento), la Riva Fire (l’ex hol­ding di fami­glia man­data in liqui­da­zione a feb­braio) e la Riva Forni Elet­trici (società nata nel gen­naio 2013). Gli altri sono tutti espo­nenti isti­tu­zio­nali: secondo la Pro­cura avreb­bero con­sen­tito all’Ilva di cau­sare il disa­stro ambien­tale, non inter­ve­nendo a dovere e per tempo, ed addi­rit­tura risul­tando com­plici del sistema clien­te­lare e di potere messo in piedi dall’azienda.

A comin­ciare dall’ex gover­na­tore Nichi Ven­dola: secondo l’accusa, avrebbe eser­ci­tato pres­sioni sul diret­tore gene­rale di Arpa Puglia, Gior­gio Assen­nato (a sua volta rin­viato a giu­di­zio per favo­reg­gia­mento per­so­nale), per «ammor­bi­dire» la posi­zione dell’Agenzia regio­nale nei con­fronti delle emis­sioni nocive pro­dotte dall’Ilva. In que­sto modo, sostiene la Pro­cura, Ven­dola avrebbe con­sen­tito all’azienda di con­ti­nuare a pro­durre senza ridurre le emis­sioni inqui­nanti, come invece sug­ge­rito dall’Arpa nella nota del 21 giu­gno 2010 sti­lata dopo la cam­pio­na­tura che aveva rile­vato i pic­chi di inqui­na­mento pro­dotti dalle coke­ria Ilva.

Sem­pre secondo l’accusa, Ven­dola avrebbe «minac­ciato» la non ricon­ferma di Assen­nato, il cui man­dato sca­deva nel feb­braio 2011. I fatti con­te­stati sono risal­gono al periodo dal 22 giu­gno 2010 al 28 marzo 2011.

Rin­viato a giu­di­zio anche l’attuale sin­daco di Taranto, Ippa­zio Ste­fàno, accu­sato di abuso d’ufficio: i pm con­te­stano al sin­daco «di aver omesso di fare delle ordi­nanze con­tin­gi­bili ed urgenti» a tutela dell’ambiente e della salute pub­blica. È invece accu­sato di con­cus­sione l’ex pre­si­dente della Pro­vin­cia, Gianni Flo­rido, anch’egli rin­viato a giu­di­zio: secondo l’accusa avrebbe fatto pres­sioni sui diri­genti del set­tore Ambiente dell’ente per con­ce­dere l’autorizzazione alla costru­zione e all’utilizzo di disca­ri­che all’interno dell’Ilva (stesso reato con­te­stato all’ex asses­sore Michele Con­serva). Rin­viati a giu­di­zio, tra gli altri, anche il par­la­men­tare di Sel Nicola Fra­to­ianni (all’epoca asses­sore regio­nale) e il con­si­gliere regio­nale del Pd Donato Pontassuglia.

Tre gli assolti: l’ex asses­sore regio­nale all’Ambiente Lorenzo Nica­stro, il cara­bi­niere in ser­vi­zio alla sezione di poli­zia giu­di­zia­ria della Pro­cura Gio­vanni Bar­daro e l’avvocato Donato Per­rini. Con­dan­nati il sacer­dote don Marco Gerardo e Roberto Pri­me­rano, già con­su­lente della pro­cura. Al sacer­dote, accu­sato di favo­reg­gia­mento per­so­nale, inflitti 10 mesi di reclu­sione (stessa richie­sta della Pro­cura); Pri­me­rano, invece, è stato con­dan­nato a 3 anni e 4 mesi per falso ideologico.

Ad otto­bre par­tirà il pro­cesso vero e pro­prio. E in sede di dibat­ti­mento ci sarà una bat­ta­glia ancora più dura tra le parti. La giu­sti­zia — prima o poi — si spera arriverà.

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