Étienne Balibar. Verso una regres­sione di settanta anni

Étienne Balibar. Verso una regres­sione di settanta anni

Per­ché i Fran­cesi seguono le tappe della «crisi greca» con una tale pas­sione, come se la pro­pria sorte ne dipen­desse? Per­ché è pro­prio così, ne va del loro destino. Ognuno di noi è coin­volto per ragioni per­so­nali, pro­fes­sio­nali ed intellettuali.

Ma la que­stione di fondo è quella poli­tica: è l’attualità della poli­tica, la sua resi­stenza alla gover­nance, la sua capa­cità di ricon­qui­stare il posto che deve occu­pare in una società di per­sone libere.

Ecco cin­que ipo­tesi, che credo siano con­di­vi­si­bili, ma di cui sono l’unico responsabile.

La prima è che i cit­ta­dini fran­cesi (e gli altri) hanno seguito con pas­sione la lotta intel­li­gente, osti­nata, corag­giosa di un governo e dei suoi diri­genti decisi a rispet­tare il man­dato di cui sono stati inve­stiti. Con il pas­sare dei giorni, abbiamo capito che l’obiettivo delle «isti­tu­zioni» e della «grande coa­li­zione» che governa in que­sto momento l’Europa non era né di scon­giu­rare la cata­strofe verso cui la Gre­cia è stata spinta dai vari «piani di aiuti», né di aiu­tarla a rifor­mare le sue strut­ture «cor­rotte» ma di costrin­gerla ad una ricon­ci­lia­zione umi­liante, per­ché il suo esem­pio non sia con­ta­gioso per gli altri. Durante il refe­ren­dum greco, i cit­ta­dini fran­cesi hanno anche capito che le infor­ma­zioni dif­fuse da Bru­xel­les, dall’Eurogruppo etc. e riprese per la mag­gior parte dalla stampa nazio­nale erano di parte. C’erano infatti delle alternative!

La seconda ipo­tesi è che i cit­ta­dini hanno capito che il pro­blema è quello del riat­ti­varsi della demo­cra­zia, da cui dipende la legit­ti­mità dei poteri che ci rap­pre­sen­tano in ogni paese e in Europa. I Greci sono d’esempio e pon­gono un pro­blema al quale, ovvia­mente, non pos­sono for­nire una solu­zione da soli.

La tesi ripe­tuta da alcune set­ti­mane: «La volontà popo­lare di una nazione non può pre­va­lere sui trat­tati» è diven­tato «La Gre­cia non può pre­va­lere con­tro la volontà delle altre 18 nazioni». È vero. Biso­gne­rebbe però con­sul­tarle nelle forme attive che sono state messe in atto da Tsi­pras e dal suo governo. Il livello di esi­genza demo­cra­tica si sta innal­zando in Europa.

La terza ipo­tesi è che i Greci incar­nano una vera posi­zione di sini­stra nell’opposizione all’orientamento domi­nante della costru­zione euro­pea. Hanno scom­pa­gi­nato lo ste­reo­tipo del “popu­li­smo” (o degli “estre­mi­smi”, che sono con­fusi in un’unica dema­go­gia ed in un’unica osti­lità di prin­ci­pio alla costru­zione euro­pea). Tsi­pras è pro-Europa e con­tro la poli­tica della finanza. Non abbiamo una posi­zione ana­loga in Fran­cia, dove la con­te­sta­zione passa piut­to­sto attra­verso il Front national.

Que­sto ci inte­ressa e ci inter­pella. Da qui la terza moti­va­zione: quale poli­tica di sini­stra oggi? Quali discorsi, quali pra­ti­che mili­tanti, quali obiet­tivi per una sini­stra degna di que­sto nome nel ven­tu­ne­simo secolo? In Fran­cia stiamo vivendo un momento di depres­sione, tra una sini­stra alleata del libe­ra­li­smo domi­nante, dimen­tica di tutte le sue pro­messe, e una “sini­stra della sini­stra” divisa, spesso chiac­chie­rona o esi­tante. Noi guar­diamo verso Syriza, o verso Pode­mos, per cer­care ispi­ra­zione, ma sarebbe meglio par­lare di emu­la­zione, per­ché non c’è un modello che si possa impor­tare in modo identico.

Quarta ragione: la resi­stenza di Syriza ai dik­tat assas­sini della Troika, la lotta che adesso dovrà affron­tare (per­ché il refe­ren­dum non risolve niente, non fa che spo­stare la que­stione e ren­dere più acute le sfide), il che dimo­stra che l’economia com­porta delle scelte poli­ti­che. È essa stessa politica.

La grande mag­gio­ranza degli eco­no­mi­sti (com­preso il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale) sa che si deve ristrut­tu­rare il debito ed uscire dall’austerità. Ma la vera que­stione è lo svi­luppo armo­nioso e soli­dale delle società del continente.

Syriza pone que­sto pro­blema con forza.

In una Fran­cia che sci­vola verso il declino e l’ingiustizia, que­sto pro­blema si pone con forza.

Infine, e non è il punto minore, Tsi­pras, con il suo governo ed il suo popolo, hanno detto chia­ra­mente che il loro obiet­tivo non è la fine dell’Europa (verso la quale ci spin­gono al con­tra­rio il dog­ma­ti­smo e l’ostinazione dei nostri «diri­genti» attuali), ma la sua rifon­da­zione su basi nuove. Il «momento costi­tuente» di cui hanno par­lato alcuni di noi dall’inizio della crisi è qui, davanti a noi.

Tut­ta­via ha la pos­si­bi­lità di con­cre­tiz­zarsi solo se l’opinione pub­blica, di tutto il con­ti­nente, cam­bia e cam­bia in fretta, per evi­tare per prima cosa il Gre­xit (l’espulsione di una nazione al di fuori della comu­nità) e per porre quindi la domanda: quale Europa? Per chi? Con quali mezzi? Come i Greci nella loro larga mag­gio­ranza, noi siamo a favore della costru­zione euro­pea, ma la vogliamo com­ple­ta­mente diversa. Noi sap­piamo che que­sta è un’opportunità da non man­care. Gra­zie ad Ale­xis Tsi­pras di offrircela.

Ma non è suf­fi­ciente appas­sio­narsi, spe­rare, rilan­ciare l’idea di un’altra Europa. Biso­gna agire, è urgente. Da quando si è tenuto il refe­ren­dum greco, la nuova stra­te­gia delle «isti­tu­zioni» si è messa in moto. La Banca cen­trale euro­pea, dicen­dosi costretta dalla situa­zione del bud­get greco, ha ridotto ulte­rior­mente le auto­riz­za­zioni di liqui­dità (men­tre non c’è nes­sun vin­colo di que­sto tipo quando si tratta di rim­pin­guare delle ban­che pri­vate la cui dimen­sione finan­zia­ria è com­pa­ra­bile o maggiore).

L’obiettivo è lo stesso di prima del refe­ren­dum: creare il panico tra i cit­ta­dini e tra le imprese, per­ché si «rivol­tino» con­tro il loro governo. Si tratta di una tec­nica da colpo di stato. Dal canto loro, i governi e la com­mis­sione euro­pea hanno rei­te­rato il loro ulti­ma­tum e hanno lasciato capire che stanno pre­pa­rando la «Gre­xit»: i Tede­schi, gli Olan­desi, i Polac­chi, con entu­sia­smo; i Fran­cesi e, in una certa misura, gli Ita­liani, «malvolentieri».

In realtà, si tratta di otte­nere dal governo Tsi­pras che richieda esso stesso quella che si defi­ni­sce un’ «uscita dolce» o «nego­ziata» dall’euro (per­ché non c’è nes­suna pro­ce­dura di espulsione).

Si tratta di un ricatto e di un tra­di­mento, di cui l’Europa intera pagherà a lungo il prezzo, se riu­scirà a ripren­dersi. Riba­dia­molo con forza: non vi è «Gre­xit» che non con­duca, di fatto, all’esclusione della Gre­cia dall’Unione euro­pea, in seguito alla quale si pro­fi­lerà pre­sto la disin­te­gra­zione di quest’ultima. Altri­menti ci sarà la colo­niz­za­zione, il pro­tet­to­rato del «Nord» sul «Sud».

Noi siamo tutti cit­ta­dini d’Europa, tutti respon­sa­bili quando i nostri diri­genti non lo sono, e dob­biamo mani­fe­stare con tutte le nostre forze e con tutti i mezzi con­tro quest’infamia accom­pa­gnata da una regres­sione sto­rica di settant’anni.

* Pro­fes­sore eme­rito di filo­so­fia all’Université Paris Ouest e alla King­ston Uni­ver­sity di Londra



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