Incontro premier-Padoan sui tagli E spunta la misura anti-povertà

Ieri vertice con i tecnici della Ragioneria. Dalla spending 4 miliardi di risparmi. Pronta la strategia per Bruxelles

ALBERTO D’ARGENIO, la Repubblica redazione • 20/7/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 663 Viste

ROMA . E’ nel corso di un riservatissimo vertice domenicale che Matteo Renzi, Pier Carlo Padoan e i tecnici della Ragioneria dello Stato hanno messo a punto il piano che da qui a fine anno cercherà di portare l’Italia a tagliare le tasse senza incappare nelle sanzioni europee. E nelle pieghe del bilancio Palazzo Chigi cerca anche i soldi per mettere in piedi un piano anti povertà per sostenere le fasce di popolazione più martoriate dalla crisi. Il punto fermo sul quale Renzi ha impostato il discorso con Padoan è che nel 2016 l’Italia manterrà il deficit al 2.7%. Dunque al di sotto del 3% previsto da Maastricht ma senza rispettare alla lettera gli altri dettami delle regole europee, a partire dal Fiscal Compact, secondo i quali Roma dovrebbe far scendere ulteriormente il suo indebitamento avvicinandosi al pareggio di bilancio.
La prima urgenza a Palazzo Chigi è trovare le risorse per far quadrare i conti. I consiglieri che per mesi hanno preparato l’offensiva anti tasse con Renzi spiegano che per realizzare il piano servono 10 miliardi da recuperare con la spending review di Yoram Gutgeld. «Siamo a buon punto», garantivano ieri gli uomini del premier.
Solo nel vertice tra Renzi e Padoan sono stati messi sul piatto 3-4 miliardi di risparmi che nel 2016 saranno imposti ai ministeri e dunque già in grado di coprire la sforbiciata della Tasi sulla prima casa. E poi con l’approvazione del ddl Madia si porteranno le municipalizzate dalle attuali 8 mila a mille (salteranno enti come l’Agenzia dei giovani e l’Ente per il microcredito). Con il taglio di 10 miliardi – questa l’impostazione di Palazzo Chigi – il deficit 2016 scenderebbe momentaneamente all’ 1,8% come concordato con l’Europa, evitando così l’attivazione delle clausole di salvaguardia (aumento Iva e accise). A questo punto, per risalire al 2,7% necessario ai tagli fiscali, la partita si sposterà a Bruxelles. In autunno Renzi e Padoan busseranno alle porte della Commissione europea per chiedere che il prossimo anno venga estesa la “clausola per le riforme strutturali” già concessa all’Italia per un valore pari allo 0,4% del rapporto deficit- Pil. Si potrebbe ottenere un altro 0,1% . Servirebbero poi altri 0,4 punti da strappare, ragionano al governo, cambiando le regole sulle riforme attraverso una profonda azione politica «che coinvolgerebbe anche Angela Merkel» oppure sommando la clausola degli investimenti, altro ingrediente della flessibilità lanciata da Juncker a gennaio, a quella sulle riforme. Anche qui servirebbe un’azione politica per ottenere una interpretazione benevola delle regole che al momento non prevedono espressamente, ma nemmeno lo vietano, di poter cumulare le due clausole. Renzi e Padoan sono ottimisti sul via libera europeo anche perché l’anno prossimo per la prima volta da anni il debito pubblico inizierà a scendere .Certo il rischio è alto perché se Bruxelles – che non è ancora stata sondata e dunque al momento resta scettica – dovesse bocciare la flessibilità e il governo scegliesse di andare avanti con il taglio delle tasse ormai annunciato, l’Europa avrà gioco facile a commissariare il Paese aprendo una procedura di infrazione su deficit- debito oppure sugli squilibri macroeconomici, togliendo margini di manovra a Renzi.
Se il premier invece otterrà il via libera, userà senza problemi i 15 miliardi liberati da Bruxelles per il suo piano di rilancio. Circa 5 miliardi per smantellare la Tasi prima casa e Imu terreni agricoli e macchinari. Il resto andrà in investimenti e nella misura anti povertà chiamata ad aiutare i disoccupati di lungo corso, magari con famiglie a carico, che Renzi avrebbe lanciato già nel 2015 se non avesse dovuto affrontare la sentenza della Consulta sulle pensioni.

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