Italia penultima per spesa in istruzione
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Non c’è solo l’alto debito pubblico ad avvicinare la posizione dell’Italia a quella della Grecia. Ma c’è anche la bassa spesa per istruzione. A dirlo è il rapporto Government at a Glance 2015 dell’Ocse che è stato presentato ieri. E che fissa all’8% la quota di budget pubblico destinata dal nostro paese alla scuola. Peggio di noi fa – appunto – solo il governo ellenico che dedica, alla medesima causa, appena il 7,6% delle sue risorse.
Il paper dell’organizzazione parigina prende in considerazione la spesa per funzioni di 29 paesi. Da cui emerge che l’Italia ne ha indirizzato maggior parte all’assistenza sociale-welfare (41,3%), ai servizi pubblici generali (17,5%) e al sistema sanitario (14,1%). Seguono affari economici (8,2%), educazione (8%), ordine pubblico (3,8%), difesa (2,3%), protezione ambientale (1,8%), politiche sull’alloggio e finanziamento a cultura e religione (1,4% ciascuna).
In realtà, il dato sulla scuola non stupisce più di tanto chi ha a che fare tutti i giorni con l’istruzione e con i suoi numeri. Primo perché i dati non sono aggiornatissimi, visto che si riferiscono al 2013. E, secondo, perché scontiamo il trend discendente (e soprattutto i tagli) degli anni scorsi. Nel periodo 2007-2013 infatti il nostro investimento in Education si è ridotto dell’1,6 per cento. Il doppio dell’intera media Ocse pari allo 0,8 per cento.
Simile agli altri paesi esaminati è invece la causa di questa contrazione. A drenare risorse, come è accaduto nelle altre economie alle prese con la disoccupazione galoppante post-crisi (ad esempio Spagna, Irlanda e Portogallo) è stata la protezione sociale (pensioni innanzitutto ma non solo). Tant’è che tra il 2007 e il 2013 le uscite per questa voce sono salite del 3,9 per cento.
C’è un altro dato che è stato diffuso ieri dall’organizzazione parigina e che deve far riflettere perché collegato al tema dell’istruzione. Si tratta del poco invidiabile primato dell’Italia per il più alto squilibrio tra la domanda e l’offerta di competenze. Un fenomeno che interessa il 35% della nostra forza lavoro e che- se corretto- consentirebbe un recupero di produttività nell’ordine del 10 per cento.
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