La guerra «segreta» al Califfato

Gli Usa hanno eliminato diversi capi del gruppo. Forse ha parlato la vedova di un leader. Insieme agli americani si sono mobilitati i servizi sauditi, qatarini, giordani e britannici

Guido Olimpio, Corriere della Sera redazione • 20/7/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 774 Viste

Un misterioso iracheno, un interprete senza nome e con buoni agganci nel nordest della Siria dove l’Isis ha creato la sua fortezza. Difficile da prendere, ma non impossibile da penetrare. E’ l’intrigante traduttore ad aver aiutato la Delta Force americana a individuare ed eliminare Abu Sayyaf, un alto dirigente dello Stato Islamico responsabile dei traffici petroliferi. Una delle teste tagliate dalla guerra «segreta» condotta dagli alleati.
L’operazione contro Abu Sayyaf, sferrata il 16 maggio, mirava più alto. Il Pentagono sperava di tirare fuori dalle celle qualche ostaggio, compresa la volontaria Kayla Mueller. Le unità speciali non ci sono riuscite, però sono tornate a casa con il bottino. Carte e computer che hanno «parlato» fornendo informazioni preziose. E deve aver raccontato molto anche Umm Sayyaf, la moglie del dirigente ucciso. In attesa di essere incriminata e forse trasferita in una prigione in America, è stata spremuta da un team congiunto di Fbi-Cia.
Ora non è chiaro se la donna sia davvero la «testimone 1», o se si tratti di una versione per coprire altre fonti. Magari spie che con grande rischio sono riuscite a violare il cerchio di sicurezza che protegge i quadri dello Stato Islamico. Resta il fatto che dalla metà di maggio, tra Siria e Iraq, sono caduti diversi esponenti jihadisti.
Qualche settimana dopo l’uccisione di Abu Sayyaf gli americani avrebbero spazzato via Abu Hamid, responsabile della Sharia, una morte — mai confermata dall’Isis — direttamente legata all’incursione della Delta Force. Gli iracheni, invece, avrebbero sorpreso con un raid numerosi «ufficiali», compreso Abu Samra, detto il regista per il suo coinvolgimento nella gestione dei video, e Abdulatif Al Mohammedy, responsabile degli attentatori suicidi nella regione di Falluja.
A inizio giugno, uno strike statunitense ha devastato un centro comando a Raqqa: secondo la ricostruzione ci sono arrivati grazie ad un messaggio postato 24 ore prima su Twitter di un incauto militante. Quasi in contemporanea i caccia, imbeccati dall’intelligence, hanno polverizzato a Hawisa, a nord di Tikrit, una «fabbrica» di veicoli-bomba. Un impianto ben mimetizzato per farlo passare per una normale officina.
La sequenza è proseguita con il doppio colpo dei fratelli al Harzi. Tunisini, entrati da tempo nelle file del movimento, hanno assunto posizioni significative tanto da finire nella lista degli HTV, i target di alto valore. Tariq è stato neutralizzato da un missile in Iraq, Alì ha pagato il suo conto in Siria. Ultime prede della caccia due «governatori» Isis: Abu Ussama al Iraqi, responsabile di Hassaqa e Amer Rafdan, suo collega in carica a Deir ez Zour. Non confermata, invece, la fine di due «tagliatori di teste» australiani, Khaled Sharrouf e Mohamed Elomar, molto famosi per le loro apparizioni sul web. In mezzo anche uno strano episodio — rilanciato dalla stampa irachena e non verificabile — sull’avvelenamento di 45 militanti a Mosul nei primi giorni di luglio: cibo avariato o qualcuno ha contaminato il pasto dell’Iftar? Sicura, invece, la brutale esecuzione da parte dell’Isis di due attivisti a Raqqa, sorpresi mentre facevano delle foto, forse ad un ponte. In questo clima di sospetto, con gli uomini del Califfo inquieti per le infiltrazioni, ogni gesto può avere conseguenze irreparabili. E non c’è dubbio che alcune notizie su presunti tradimenti o brecce sono diffuse ad arte dalla coalizione per insinuare il dubbio.
E’ una campagna dove insieme agli americani si sono mobilitati i servizi sauditi, quelli del Qatar — capaci di aprire molte porte usando montagne di denaro — e i giordani, aiutati dai legami con i clan tribali. Uno schieramento — se sono vere le indiscrezioni dei media — nel quale sono entrati anche i britannici con i Sas e i loro gemelli Sbs.
I risultati, anche se limitati rispetto al quadro generale, hanno spinto alcuni osservatori a suggerire al Pentagono tattiche più agili. Ossia azioni rapide e multiple affidate a reparti ridotti, creazione di avamposti mobili con la logistica al minimo, stop a operazioni in partenza da grandi basi. Il tutto sintetizzato da uno slogan affascinante: «Meno Fort Apache e più Apache»
Guido Olimpio

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