La radice comune del fallimento greco e della strage di Sousse

La radice comune del fallimento greco e della strage di Sousse

La deci­sione dell’Europa di stran­go­lare la Gre­cia e i 39 turi­sti bar­ba­ra­mente uccisi sulla spiag­gia di Sousse sem­brano fatti così lon­tani fra loro, eppure niente è più acco­sta­bile. Il filo che li tiene uniti si chiama cecità, prima ancora che da parte dei ter­ro­ri­sti, da parte dei nostri governanti.

Sulla sto­ria del debito pub­blico greco, sul ruolo della cor­ru­zione e dei prezzi gon­fiati che ha visto il coin­vol­gi­mento mas­sic­cio anche delle imprese di armi tede­sche, sul ruolo dell’allegerimento fiscale per le classi più agiate, sul ruolo degli inte­ressi, dei pre­stiti for­niti per met­tere al sicuro le ban­che cre­di­trici ed evi­tare il fal­li­mento alle ban­che pri­vate gre­che, in una parola su un debito pub­blico costruito con la com­pli­cità di tutti per arric­chire i già ric­chi alle spalle del popolo greco e dei con­tri­buenti euro­pei, già molto si è scritto.

Come in un romanzo dram­ma­tico, l’unico capi­tolo che manca è quello finale, rela­tivo alla con­danna a morte del pro­ta­go­ni­sta. Ma a scri­vere que­sto capi­tolo sta pen­sando la classe poli­tica euro­pea. Ridi­cia­mo­celo. Il debito greco non è una que­stione finan­zia­ria. Sul Pil euro­peo vale poco più del 2%, men­tre sul debito pub­blico di tutti i paesi Ue vale poco più del 3%. Se la classe poli­tica euro­pea la smet­tesse col fana­ti­smo mer­can­ti­li­sta, l’Europa avrebbe un’infinità di stru­menti per risol­vere subito il pro­blema del debito greco senza con­trac­colpi per nessuno.

Il punto è che non lo vuole fare per­ché il debito greco è una que­stione poli­tica. È l’occasione per riaf­fer­mare che la classe poli­tica euro­pea sta dalla parte di chi ha i soldi con­tro i diritti e l’interesse col­let­tivo. In que­sti lun­ghi mesi di nego­ziato, il governo Tsi­pras ha cer­cato di indurre la diri­genza euro­pea a con­si­de­rare anche le ragioni delle per­sone, le loro con­di­zioni di vita, il loro diritto alla dignità. Ma non c’è stato niente da fare: come gelidi kapò impe­gnati a tenere dili­gen­te­mente il regi­stro degli inter­nati da man­dare al forno cre­ma­to­rio, così i capi di governo euro­pei, alcuni di loro fre­giati del titolo di «cen­tro sini­stra», hanno rifiu­tato le richie­ste gre­che per ricor­dare al mondo che l’ordine eco­no­mico e sociale che vogliono far trion­fare è quello mer­can­tile del grande capi­tale. Costi quel che costi sul piano umano, sociale, ambientale.

Cosa potrà suc­ce­dere quando la Gre­cia sarà sola con tutte le sue dif­fi­coltà, nes­suno può saperlo. Ma se cer­cherà solu­zioni presso i russi o i cinesi, diven­tando un corpo estra­neo, addi­rit­tura una spina nel fianco dell’Europa e più in gene­rale del vec­chio ordine occi­den­tale, allora si gri­derà al nemico fana­tico aprendo nuovi fronti di ostilità.

Uno sce­na­rio che ci porta sull’altro ver­sante, quello arabo. L’Europa si sta ponendo di fronte al ter­ro­ri­smo arabo come se fosse una vit­tima inno­cente al pari di un tran­quillo vian­dante preso d’assalto dalla furia omi­cida di un folle. Alibi per­fetto per non par­lare mai di sé, delle pro­prie respon­sa­bi­lità e poter riven­di­care il diritto a porsi come unico obiet­tivo quello di annien­tare il folle. Ma se i truc­chi pos­sono fun­zio­nare per dare sfogo alla forza musco­lare col con­senso popo­lare, rara­mente danno risul­tati nella solu­zione dei pro­blemi. Quando si vuole evi­tare di ana­liz­zare i feno­meni, e soprat­tutto le respon­sa­bi­lità, la si butta sem­pre sul con­flitto reli­gioso o etnico.

È suc­cesso per la resi­stenza nord-irlandese, è suc­cesso per i con­flitti cen­tro afri­cani, è suc­cesso per il con­flitto kurdo, armeno, ceceno e chi più ne ha più ne metta. Ma le que­stioni reli­giose ed etni­che sono usate come pre­te­sto per nascon­dere tutt’altre aspi­ra­zioni e ten­sioni. Non nego che nelle file arabe pos­sano esserci degli asse­tati di potere che usano il Corano per por­tare avanti il loro pro­getto di potere per­so­nale. Ma la domanda da porci è per­ché fanno così tanti pro­se­liti. Chi sono coloro che rispon­dono all’appello dei califfi di turno, che accet­tano di ucci­dere o di tra­sfor­marsi in bombe umane? Solo dei fana­tici reli­giosi? Rispo­sta troppo sem­plice, ma soprat­tutto insuf­fi­ciente a tro­vare una soluzione.

In realtà c’è tanto risen­ti­mento e tanto ran­core da parte di per­sone che si sen­tono umi­liate e represse per non avere tro­vato in Europa quell’uguaglianza a cui aspi­ra­vano come nel caso dei tanti magh­re­bini con­fi­nati nei bas­si­fondi delle grandi città; per essersi sen­titi vit­time di un’aggressione stra­niera come nel caso dell’Iraq; per essere stati vio­len­tati nella demo­cra­zia come nel caso dell’Egitto; per essere stati spo­de­stati a casa pro­pria come nel caso della Palestina.

Se non affron­tiamo que­sti nodi con l’umiltà di chi sa di avere com­messo degli errori e con la volontà di voler tro­vare delle solu­zioni che rispet­tino le aspi­ra­zioni dei popoli a mag­giore giu­sti­zia, a mag­giore demo­cra­zia e anche a mag­giore rispetto delle pro­prie radici cul­tu­rali, non andremo da nes­suna parte. Non pos­siamo con­ti­nuare a pen­sare di risol­vere i pro­blemi sul piano musco­lare. Vio­lenza richiama vio­lenza, ognuno si orga­niz­zerà come può e se noi che abbiamo gli eser­citi but­te­remo le bombe, loro che l’esercito non l’hanno si orga­niz­ze­ranno col ter­ro­ri­smo, in una guerra di nervi che ci por­terà sem­pre di più verso l’isterismo.

È arri­vato il tempo di dire che la vio­lenza si com­batte eli­mi­nando le cause della vio­lenza. Ma per riu­scirci serve un cam­bio di stra­te­gia. Non più l’uso della forza, ma della coscienza e dell’ascolto. Solo popoli che sanno rico­no­scere i pro­pri errori e che sanno ascol­tare le ragioni degli altri pos­sono costruire rap­porti paci­fici. Se siamo troppo orgo­gliosi per farlo per noi, fac­cia­molo almeno per i nostri figli.



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