Nucleare, a Vienna l’ultima partita a poker “Un’intesa vera o nulla”

La trattativa. Raggiunto il compromesso sui dettagli tecnici, la discussione è ormai tutta politica: l’Iran chiede di poter acquisire armamenti ma Washington non vuole accettare

DANIELE MASTROGIACOMO, la Repubblica redazione • 8/7/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 547 Viste

 VIENNA . L’Iran alza la posta in gioco e spariglia di nuovo le carte sul tavolo. Accetta le ispezioni anche nei siti militari che aveva finora negato, ma in cambio chiede la revoca delle sanzioni Onu sul commercio delle armi. Vuole rilanciare il suo programma missilistico. Niente testate nucleari: Teheran non le ha mai cercate né le vuole. Ma rivendica il diritto ad armarsi, a difendersi e a vendere i suoi ordigni.
Come in una partita a poker senza limiti di tempo, le trattative sul dossier atomico iraniano si complicano e costringono tutti i ministri del Gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Inghilterra e Germania) a dichiarare superata la data fissata in un primo momento come scadenza per un’intesa. Si continua a negoziare, chiusi nel Palais Coburg, lungo il Ring di Vienna, almeno fino a venerdì 10. L’importante, come sostengono tutti, è raggiungere «un accordo equo e duraturo». Il Congresso americano, cui spettava l’ultima parola, a quel punto potrà andare tranquillamente in ferie. La nuova legge gli consente di prendersi due mesi di tempo e non più solo 30 giorni, per esprimere un parere e dare il suo assenso.
Il nuovo colpo di scena arriva in tarda mattinata. Il segretario generale dell’Aiea, Yukiya Amado, è appena rientrato da Teheran. È il secondo viaggio in 4 giorni. Pensava di portare a casa un risultato importante e inatteso: l’impegno scritto da parte iraniana ad autorizzare le ispezioni anche nei siti militari finora negati. Soprattutto nella centrale di Parchin, dove l’Agenzia di Vienna sospetta ci siano stati dei tentativi di costruire un ordigno nucleare tra il 1997 e il 2003.
Amado ha avuto ampie garanzie da una figura di spicco del regime degli ayatollah. Ha incontrato personalmente Alì Shamkhani, 60 anni, ministro della Difesa nel governo di Mohammad Khatami dal 1997 al 2005.È considerato un riformatore, ha ottimi rapporti con il presidente Rouhani ed è consigliere militare della Guida suprema Khamenei. Parlare con quello che a Teheran tutti conoscono come l’”Ammiraglio” significa avere una garanzia ai massimi livelli. Shamkhani ha già accettato di estendere le ispezioni. Ma Amado vuole un impegno scritto: chiede di formalizzare l’accordo. Ha bisogno di tornare a Vienna con qualcosa di concreto, un consenso di massima non basta.
Rientra invece a mani vuote e spiega ai ministri degli Esteri occidentali riuniti sotto la guida dell’Alto rappresentante europeo Federica Mogherini la posizione di Teheran. Il Gruppo 5+1 è diviso. I falchi, soprattutto la Francia e la Germania ma anche l’Inghilterra, scalpitano. Impensabile lasciare l’Iran libero di armarsi. Gli Usa restano inflessibili: l’embargo sulle armi resta in vigore. A prescindere da qualsiasi accordo. Ma Teheran ribadisce la sua scelta.
L’atmosfera, a fine mattinata, è decisamente negativa. Difficile continuare a discutere gli aspetti tecnici di un accordo che ha preso una piega tutta politica. La Casa Bianca ostenta tuttavia ottimismo: «I colloqui sono vicini alla soluzione». Il segretario di Stato John Kerry resta a Vienna con il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e Mogherini. Il russo Sergey Lavrov, il francese Laurent Fabius, l’inglese Philip Hammond tornano a casa. Rientreranno giovedì. Per chiudere un trattato storico o sancire il fallimento di un accordo impossibile.

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