Patto Usa-Turchia: in Siria una zona «liberata dall’Isis»

Oggi riunione Nato. I curdi temono di restare schiacciati

Guido Olimpio, Corriere della Ser redazione • 28/7/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 1244 Viste

È un accordo di principio, con molti dettagli da definire. Gli Usa hanno confermato che c’è un’intesa con Ankara per la creazione di una zona «libera dall’Isis» in uno spicchio di Siria. Un’area che dovrà essere ripulita dai militanti e che nei progetti turchi dovrà diventare anche santuario per i profughi siriani.
Con un briefing ai media, funzionari statunitensi hanno disegnato la mappa. La fascia sarà lunga circa 90 chilometri, partirà da Azaz e si prolungherà fino a Jarabulus, al confine con la Turchia. Quanto alla profondità ci sono ancora discussioni, ma potrebbe essere di una quarantina di chilometri fino a sfiorare al Bab, a nord di Aleppo. Un teatro che contiene un simbolo: Dabiq. Secondo la visione apocalittica dello Stato Islamico è il luogo che farà da teatro alla battaglia della fine del mondo tra i crociati e i mujaheddin.
Il piano, che ha avuto una lunga gestazione, vedrà attacchi aerei congiunti americani e turchi per neutralizzare la presenza jihadista. L’Us Air Force potrà finalmente usare la base di Incirlik (sud della Turchia), una postazione assai vicina ai bersagli. E una volta compiuta l’operazione, toccherà a gruppi ribelli siriani assumere il controllo. Quali insorti? Il Pentagono e la Cia ne hanno addestrati appena 60, impegnati nel settore sud della Siria. Dunque troppo pochi. Probabilmente saranno quelli sponsorizzati dai servizi turchi, uomini dell’Esercito libero.
In questo modo si creerà un quadrilatero, difeso dal cielo, che terrà distanti i caccia di Assad: una no fly zone di fatto. La Casa Bianca è contraria all’uso di questa formula e preferisce la soluzione più vaga. Ankara, invece, la vuole. Differenze che potrebbero generare problemi in un quadro già ambiguo. Per il momento non è prevista la presenza di reparti terrestri turchi. Ma è possibile che saranno i fatti a determinarlo. I pretesti non mancano, specie con la questione Kurdistan sempre aperta.
L’enclave impedirà ai curdi siriani di Afrin — a ovest — di unirsi ai loro compagni della regione di Kobane. Non è un caso che Ankara abbia accelerato il programma dopo che il movimento separatista, affiliato al Pkk, ha messo a segno molti successi contro l’Isis. L’ultimo, importante, nella giornata di ieri: la liberazione di Sarrin. Vittorie conseguite con il decisivo appoggio aereo della coalizione.
Erdogan teme di più la rinascita del Kurdistan che i progetti del Califfato. Li mette sullo stesso piano, cita la «doppia minaccia», ma tutti sanno che la priorità del Sultano è la lotta ai separatisti.
La zona libera avrà dunque il ruolo di argine e magari darà la scusa alle unità scelte di agire — se necessario — contro il nemico. Scenario che i capi dell’YPG e del PKK ritengono molto probabile. Anche perché la tregua curdo-turca è ormai saltata. Ankara ha usato l’aviazione per colpire gli accampamenti, gli insorti hanno attaccato i soldati. Violenze (e proteste) che hanno coinvolto anche Istanbul e altri centri dove la polizia ha condotto retate massicce: 1050 gli arresti, coinvolti estremisti di sinistra e affiliati all’Isis.
Di tutto questo ne parlerà la Nato oggi a Bruxelles. La Turchia, usando l’articolo 4, ha chiesto una riunione d’emergenza per affrontare quella che ritiene una minaccia all’integrità territoriale dell’Alleanza. E’ la quinta volta che avviene in 66 anni. Fonti atlantiche hanno escluso che Ankara solleciti un aiuto «concreto» e il segretario Nato Jens Stoltenberg ha auspicato un’autodifesa proporzionata. I partner sono d’accordo sulla risposta all’Isis ma ritengono che con i curdi debba essere perseguita la via negoziale. L’incontro, a livello di ambasciatori e a porte chiuse, non sarà comunque facile.
Guido Olimpio

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