Scuole pari­ta­rie, una sentenza che rende giustizia

La sen­tenza della Cas­sa­zione sul fatto che anche le scuole pari­ta­rie reli­giose deb­bano pagare l’Imu è di quelle che fanno e faranno discu­tere a lungo

Alba Sasso, il manifesto redazione • 26/7/2015 • Copertina, Istruzione & Saperi • 976 Viste

La sen­tenza della Cas­sa­zione sul fatto che anche le scuole pari­ta­rie reli­giose deb­bano pagare l’Imu è di quelle che fanno e faranno discu­tere a lungo. Come avviene per tutto quanto riguarda il fra­gile nervo sco­perto del rap­porto sul ter­reno edu­ca­tivo tra stato e chiesa. La stessa Mini­stra Gian­nini appare cauta. Il mondo cat­to­lico è in sub­bu­glio e comin­cia a temere in primo luogo l’«effetto con­ta­gio». Si torna, da parte del mondo cat­to­lico, a riba­dire il con­cetto che con la scuola pari­ta­ria lo stato rispar­mia sul’ istru­zione, tema molto caro a tutti coloro che spe­rano in un arre­tra­mento del sistema sta­tale, soprat­tutto nelle prime fasce dell’istruzione. E chissà, dopo la buona scuola cosa ci aspetta sul seg­mento sco­la­stico «da zero a sei anni».

Radio vati­cana e Fidae (l’associazione delle scuole pari­ta­rie reli­giose) pro­spet­tano un danno incal­co­la­bile e la con­se­guente chiu­sura delle scuole cat­to­li­che che hanno, però, note­voli finan­zia­menti dallo stato, dalle regioni e dai comuni.

Pro­viamo a riper­cor­rere la vicenda. Qual­che giorno fa la Corte di Cas­sa­zione. — è in asso­luto il primo pro­nun­cia­mento su que­sto tema — ha rico­no­sciuto la legit­ti­mità della richie­sta del comune di Livorno di paga­mento dell’Imu anche da parte delle scuole pari­ta­rie reli­giose. Per­ché in tali isti­tuti si con­fi­gura, attra­verso il paga­mento delle rette, un’attività spe­ci­fi­ca­mente com­mer­ciale, anche se non ci siano ripar­ti­zione di utili e fina­lità di lucro.

Il pro­blema si evi­den­zia col «decreto libe­ra­liz­za­zioni» del gen­naio 2012, nel quale si estende l’esenzione dall’Ici, rela­tiva ai beni eccle­sia­stici, oltre che ai luo­ghi di culto anche agli immo­bili di pro­prietà della Chiesa impe­gnati in atti­vità di natura «non com­mer­ciale». E dun­que con tutto il rispetto per le atti­vità edu­ca­tive svolte nelle pari­ta­rie, per­ché mai solo quelle reli­giose dovreb­bero essere esenti dalle tasse che pagano tutti gli altri?

La Cas­sa­zione è stata chia­mata a fare giu­ri­spru­denza su una ele­men­tare, ma rile­van­tis­sima, que­stione di giu­sti­zia. Occorre ricor­dare che la Chiesa cat­to­lica pos­siede in Ita­lia un patri­mo­nio immo­bi­liare immenso, asso­lu­ta­mente incom­pa­ra­bile per dimen­sioni e valore con quello di qual­siasi altro ope­ra­tore immo­bi­liare. Va inol­tre sot­to­li­neato che solo una parte di que­sto patri­mo­nio è dedi­cata alle atti­vità eccle­sia­sti­che. In una realtà in cui tutti i cit­ta­dini sono impe­gnati a pagare una tassa sui loro beni, anche sulla loro prima casa, è ragio­ne­vole che, una volta esclusi dalla tas­sa­zione per le gua­ren­ti­gie con­cor­da­ta­rie i luo­ghi di culto, anche un’altra rile­vante parte del patri­mo­nio eccle­sia­stico debba essere esen­tata da quest’obbligo comune? Que­sta pre­tesa pare ecces­siva e va dato merito alla Corte di Cas­sa­zione di aver messo un punto fermo sull’intera vicenda, scio­gliendo anche le ambi­guità pre­senti nella stessa legi­sla­zione e nei suoi decreti attuativi.

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