“Soldati all’estero” addio al pacifismo proteste in piazza per la svolta di Abe

“Soldati all’estero” addio al pacifismo proteste in piazza per la svolta di Abe

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PECHINO. A settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale il Giappone rinuncia ad essere una super-potenza pacifista. La Camera bassa di Tokyo, controllata dal premier conservatore Shinzo Abe, ha approvato ieri due leggi che autorizzano le proprie forze armate a combattere all’estero, a sostegno di missioni di pace internazionali e per auto-difesa. Il controverso riarmo nipponico aveva bisogno di una modifica della Costituzione, imposta nel 1946 dagli Stati Uniti e considerata «punitiva» dai nostalgici dell’impero. Al momento del voto le opposizioni, a partire dal partito democratico, hanno abbandonato l’aula. La legge è passata grazie al sostegno del centrodestra e degli alleati del New Komeito e dovrà essere approvata dalla Camera alta, dove la maggioranza di Abe gode di numeri meno schiaccianti. Il varo non è però più in discussione e migliaia di giapponesi sono scesi subito in piazza per protestare contro lo storico addio al pacifismo. Il governo ha assicurato che le nuove «forze di auto- difesa» saranno autorizzate ad entrare in azione «solo in caso di conflitti che mettano in pericolo la sicurezza della nazione ». Secondo i sondaggi, quasi il 70% della popolazione non le pensa però così e avrebbe voluto che il Giappone restasse «una potenza di pace». Intellettuali, star dello spettacolo e dello sport, giovani e attivisti della non-violenza, hanno sfilato con la gente comune nel centro di Tokyo, per denunciare che il sì al riarmo «aumenta il rischio di una guerra nel Pacifico» e che si giustifica «solo con la necessità di compiacere gli Stati Uniti». La tivù di Stato ha mostrato migliaia di cartelli con la scritta «Io non sono Shinzo Abe». Durissima anche la reazione della Cina. Il ministero degli Esteri ha dichiarato che l’abrogazione della Costituzione pacifista «è un atto senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale» e che adesso «è perfettamente legittimo chiedersi se il Giappone rinuncerà alla sua politica orientata alla difesa, abbandonando la linea dello sviluppo pacifico ». Tokyo ha scelto di accelerare il riarmo dopo la vittoria di Abe alle elezioni anticipate di dicembre e dopo lo shock per la decapitazione di due ostaggi giapponesi da parte dei terroristi islamisti dell’Is. A inizio anno il governo ha varato un budget- record per la difesa, destinando all’esercito 36 miliardi di euro. La corsa viene giustificata dal conflitto con Pechino per il controllo dell’arcipelago Senkaku-Diaoyu, dal boom delle spese militari cinesi, superiori ai 120 miliardi e seconde solo a quelle statunitensi, dall’incubo atomico in Corea del Nord e dai segnali di disimpegno di Washington dalle vecchie basi nel Pacifico. Il confronto vero, in tutta l’Asia, è però quello con la Cina e Abe ha ammesso che non partecipare alle missioni internazionali «preclude vitali opportunità di business». La prova di forza, che si somma a quellasulla riapertura delle centrali atomiche, minaccia di indebolire il premier in un momento cruciale, segnato dall’emozione per l’anniversario bellico. Il 10 marzo Tokyo ha commemorato le oltre 105 mila vittime dei bombardamenti americani sulla capitale. Il 6 e il 9 agosto Hiroshima e Nagasaki ricorderanno la strage delle bombe atomiche Usa, che posero fine al conflitto mondiale, aprendo l’era non conclusa della proliferazione nucleare.
Per il 15 agosto, anniversario dalla resa nipponica, Shinzo Abe ha poi annunciato «un discorso fondamentale», con cui cercherà di distendere le relazioni con Pechino. La Cina pretende nuove scuse per l’invasione iniziata nel 1931, Abe dovrebbe concedere solo «rimorso e pentimento » dopo che i predecessori Murayama e Koizumi in passato hanno già ammesso la colpa dell’aggressione imperialista. L’appuntamento più delicato è però quello del 3 settembre a Pechino, dove il presidente Xi Jinping ha organizzato la prima parata militare per celebrare la vittoria cinese proprio sull’invasore giapponese. Sono invitati tutti i leader politici del mondo, come in maggio a Mosca, Abe compreso. Il premier giapponese teme ora la trappola: partecipare potrebbe essere interpretato come una seconda resa alla Cina, l’assenza vanificherebbe i vitali tentativi di disgelo verso Xi Jinping. L’addio di ieri alla Costituzione pacifista lascia intendere che ai primi di settembre Abe troverà un modo per affacciarsi su piazza Tienanmen.

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