Tra Atene e Berlino battaglia delle lingue così l’Europa è diventata Babele

Tra Atene e Berlino battaglia delle lingue così l’Europa è diventata Babele

OGGI si ricomincia. Anche la babele delle lingue ricomincerà. La Germania ebbe molto a che fare con la Grecia, prima dell’occupazione nazista. La sua cultura vi si nutrì. Una sua dinastia ne ricevette la corona. I re, quando ereditano graziosamente un popolo, devono prendere lezioni di lingua. (Anche i loro supplenti elettivi). Aspettando il referendum, pensavo ai plebisciti che ratificarono l’unione –l’annessione- degli Stati della penisola italiana alla dinastia sabauda. Quei re dovettero imparare la lingua, Cavour aveva parlato francese. Mi è venuto in mente che l’incomprensione, il baratro antropologico che separava il Piemonte dalle Calabrie abbia parecchio in comune (non se la prendano gli specialisti di pedantismo storico) col sentimento che l’Europa del Nord, e per eccellenza la signora Merkel e il signor Schauble, provano oggi per la Grecia – e viceversa. L’Europa del Nord è incerta se amputare o completare l’annessione, e la Grecia oscilla fra la rassegnazione e l’orgoglio. È una specie di guerra del brigantaggio con altri mezzi. E gli altri paesi mediterranei, quando dicono: “Noi però non siamo la Grecia”, dovrebbero ricordarsi delle camicie rosse garibaldine, che l’esercito regolare sabaudo metteva al bando, e intanto fucilavano i contadini.
La partita della Grecia è anche uno scontro di parole. Il lessico (con qualche eccezione, qualche parola intraducibile, dunque preziosa) è comune: opposte sono le accezioni, e le predilezioni. Grosso modo, è la lingua del realismo (leggi anche: del cinismo) contro la lingua del sentimento (leggi anche: del patetismo). Quanto alla retorica, è un malanno condiviso, e la retorica dell’orgoglio ferito non è un rischio più grave di quella della freddezza realista. (Come nel caso parallelo, del buonismo e del cattivismo). «In greco le parole fanno miracoli», come dice un loro campione, Filippomaria Pontani. Tuttavia nello scialo ginnasiale di ricorsi al repertorio greco classico nessuno si è tirato indietro. La sfida vera oppone due linguaggi che parlano ambedue greco: la lingua della tecnica e quella della politica. La tecnica (che preferisce chiamarsi scienza: economica, finanziaria…) si vuole obiettiva e inesorabile, come i numeri, come i fatti compiuti, come la Moira Atropo che impassibile taglia il filo. La politica (che si prende per scienza solo quando alza il gomito, cioè spesso) rivendica la libertà di scel- ta, o almeno una misura ragionevole e non umiliante di libertà, un’alternativa sempre perseguibile. Una delle prime pretese del governo di Syriza fu di trattare con le istituzioni e non con la troika. Troika: ecco una parola che si era infilata di soppiatto nel lessico ufficiale dell’Unione, per trasferirsi, mutando disinvoltamente i tre cavalli da tiro russi nei tre cocchieri col frustino di Bce, Fmi, e Ue. Si è visto poi che i personaggi investiti del negoziato con la Grecia erano gli stessi di prima, ma i nomi, come tutte le forme, hanno i loro diritti. ( Anche Matteo Renzi dice che l’Italia non partecipa dei vertici europei sequestrati da Germania e Francia per rispetto delle istituzioni: benché vi si senta la volpe e l’uva). Il primato della tecnica e la presunzione della sua ineluttabilità hanno nomi greci, come il primato rivale della politica: tecnocrazia (o oligarchia) contro democrazia (o demagogia, ovvero, a esagerare, anarchia: confinata, quest’ultima, nella dolce vita dei cappuccini scontati in piazza Exarchia).
Un vocabolario comune l’Europa pensava di averlo: recitava Liberté, Égalité, Fraternité. È in disuso. Europa di centronord e greci (e altri mediterranei), un po’ non si capiscono davvero, un po’ fanno finta. Bisognerebbe compilare un vocabolario tedesco- greco (o europeo del nord- europeo mediterraneo). Per esempio. AUSTERI-TÀ: s.f., ricatto, umiliazione. RIGORE: s.m., impoverimento, affamamento. REGOLE (rispetto delle): f.pl., punizione, terra bruciata. DEBITO: s.m., cappio. DEBITO (ristrutturazione del): dignità, resistenza. TROI-KA (memorandum della): strozzinaggio. RICET-TA: s.f., uccide la crescita. COMPITI (a casa): rapina ai pensionati. Oppure, viceversa. COMPITI (a casa): prima farli, poi nominare la crescita. ODIS-SEO: n.p., astuzia levantina. MONETA: s.f., con la M. non si scherza. PROROGA: s.f., cavallo di Troia. EUROPA (ratto di): è stato tanto tempo fa. CRESCI-TA: s.f., bandiera populista, vedi Compiti a casa. DECRESCITA: vedi Crescita. SCADENZA: s.f., vedi ULTIMATUM. ULTIMATUM:, s.m., vedi SCADEN-ZA. E così via.
Quanto sono lontane le due lingue? Fra le parole che in greco fanno miracoli, Pontani ricorda quella, intraducibile, «metèchmio, che indica in una battaglia lo spazio tra due punte di lancia contrapposte, ovvero il luogo che si estende tra una falange in armi e quella nemica». Non è meravigliosa? Come si potrebbe dire meglio la portata, vicinissima e incolmabile, della terra di nessuno che separa la Grecia dall’Europa nordica, lo spazio in cui dovrebbero incontrarsi e trovare un ragionevole accordo? Nell’altalena via via più vertiginosa e demenziale di incontri e accordi annunziati e sconfessati, hanno fatto spicco le immagini piene di buffetti di Juncker a Tsipras, di abbracci fra Tsipras e Merkel, di allacciamenti affettuosi di Renzi Tsipras Merkel Juncker… Distanze bruciate, che non lasciavano più vedere le punte arroventate delle lance. Poi ognuno è tornato a casa sua – pignorata, tutte case pignorate – ed è suonata l’ora del referendum. Ha dato ragione al governo greco, sia pure al costo di dividere i cittadini greci lungo un crinale che non separa i coraggiosi dai sottomessi, gli onesti dai furbi. Ieri, chi avesse voluto dire «Siamo tutti greci europei», avrebbe dovuto comprendervi il No come il Sì. Rubo un’ultima citazione: “Ti lascio accampamenti / d’una città con tanti prigionieri: / dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia / l’imprigionato no dell’uomo libero” (K. Athanasulis).


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