Un brutto accordo e il leader europeista

Unione Europea. Fin dal primo momento, Tsipras non ha pensato a un’uscita dall’euro. Ha rivelato a tutti come il neoliberismo predatoria sia la sola regola

Dimitri Deliolanes, il manifesto redazione • 14/7/2015 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 557 Viste

È un accordo brutto, brut­tis­simo, degno di un’eurozona ancora più brutta, addi­rit­tura repel­lente e rac­ca­pric­ciante. A imma­gine e somi­glianza, si direbbe, di Wol­fgang Schau­ble, il poli­tico più popo­lare in Ger­ma­nia in que­sti giorni.

Alla fine, però, que­sto fine set­ti­mana di pas­sione non ha pro­dotto sol­tanto brut­tis­simi com­pro­messi e infami ricatti. Ha avuto anche il grande merito di far cadere la maschera dell’ipocrisia. Ha fatto vedere a tutti, ma pro­prio a tutti (esclusa la distratta stampa ita­liana) che l’Unione euro­pea sta cam­biato natura, radi­cal­mente e velo­ce­mente. Da spa­zio di libertà, di demo­cra­zia e di soli­da­rietà è diven­tata feudo della classe diri­gente tede­sca. Da libera unione di stati e popoli, a impero tede­sco che puni­sce con il ferro e il fuoco le pro­vic­nie ribelli.
Rin­gra­ziamo Ale­xis Tsi­pras di aver­celo rive­lato. Se non ci fosse stato lui, il primo e finora unico pre­mier euro­peo a osare alzare la testa di fronte alla bar­ba­rie neo­li­be­ri­sta, saremmo ancora oggi qui a cul­larci con il «Mani­fe­sto di Ven­to­tene». Di fronte ai tanti errori e inge­nuità mostrati del pre­mier greco durante que­sta lunga e dispe­rata nego­zia­zione, dia­mo­gli que­sto grande merito.

Ora lo pos­siamo dire a ragione veduta: durante le lun­ghe trat­ta­tive con i cre­di­tori, Tsi­pras e Varou­fa­kis hanno gio­cato una par­tita truc­cata, che non pote­vano mai vin­cere. È stato un errore. Ma lo sap­piamo solo adesso che Schau­ble ci ha mostrato il suo vero volto.

Lo pote­vamo sospet­tare? Sì, e su que­sto Tsi­pras si è dimo­strato inge­nuo e impre­pa­rato. Da più di un anno ripe­teva che non aveva un piano B ed era sin­cero. Fin dal primo momento, il lea­der di Syriza non ha nean­che pen­sato a un’uscita dall’eurozona. Al punto da costrin­gere Ber­lino a per­dere la pazienza e chie­dere aper­ta­mente l’espulsione della Grecia.

Nell’escludere l’uscita dall’euro, Tsi­pras ha seguito la chiara e mani­fe­sta volontà del popolo greco, ma ha anche seguito le sue per­so­nali con­vin­zioni di euro­pei­sta fino in fondo.

Alla fine, la lezione che abbiamo incas­sato (non solo i greci, ma tutti gli euro­pei), è che per rima­nere nell’eurozona biso­gna sot­to­met­tersi all’austerità più sel­vag­gia. Ha ragione il Cor­riere della Sera: non c’è scritto da nes­suna parte, ma il neo­li­be­ri­smo pre­da­to­rio è ormai «regola» dell’eurozona, Costi­tu­zione materiale.

L’accordo fir­mato ieri da Tsi­pras ha anche alcuni aspetti posi­tivi: denaro fre­sco e un impe­gno a ristrut­tu­rare il debito. Per il resto, avrà con­se­guenze deva­stanti sulla poli­tica greca.

Il primo sarà un cam­bio della mag­gio­ranza. È molto pro­ba­bile che la com­po­nente di sini­stra di Syriza si rifiuti di votare in Par­la­mento le nuove misure di auste­rità e già si parla dell’ingresso nella mag­gio­ranza del par­tito di cen­tro­si­ni­stra To Potami di Sta­vros Theo­do­ra­kis.
Il che porrà una seria ipo­teca su ogni ipo­tesi di lotta alla plu­to­cra­zia interna: To Potami è stato ideato, creato, finan­ziato e diretto dal «signore degli appalti» in Gre­cia. Ma forse anche To Potami non basterà e biso­gnerà imbar­care anche i socia­li­sti del Pasok, respon­sa­bili della ban­ca­rotta greca, il par­tito della cor­ru­zione e della clien­tela. Quali riforme vere sarà pos­si­bile fare con per­so­naggi del genere?

I greci già si pre­pa­rano ad assi­stere a scene che cre­de­vano di aver esor­ciz­zato per sem­pre. La con­se­gna al giu­di­zio del Par­la­mento di mas­sicci dise­gni di legge scritti in inglese e mala­mente tra­dotti con Goo­gle, rag­grup­pati in un unico arti­colo e votati in fretta e furia senza alcuna discus­sione, per­ché i nostri gen­tili cre­di­tori non amano le lun­ghe discus­sioni in Par­la­mento. Anzi, è pro­prio il Par­la­mento che gli sta anti­pa­tico, «non ispira fidu­cia», per usare il loro linguaggio.

Si intrav­vede, in fondo, anche l’eventualità di una scis­sione di Syriza, con Varou­fa­kis e la dina­mica pre­si­dente del Par­la­mento Zoi Kon­stan­to­pou­lou pronti ad assu­mere la lea­der­ship della «vera sini­stra». Si trat­te­rebbe di un ritorno al decen­nio pre­ce­dente, allo Syriza duro e puro del 4 per cento dei consensi.

La verità è che Tsi­pras rimane tut­tora il primo lea­der poli­tico del paese, con con­sensi infi­ni­ta­mente mag­giori a tutti gli altri. I greci hanno com­preso il suo sforzo e apprez­zato la lotta che ha con­dotto, anche se alla fine ha dovuto fare gra­vis­simi passi indietro.

Non si è dimesso, per­ché ha rite­nuto giu­sta­mente che le sue dimis­sioni sareb­bero state inter­pre­tate come un gesto di viltà, come un ten­ta­tivo di sca­ri­care le sue respon­sa­bi­lità sui suoi suc­ces­sori. È rima­sto a pren­dersi sulle sue spalle tutto il peso di un pes­simo accordo.
Tsi­pras non è un vile. E non è un ven­duto. È il capo di un governo che ha ten­tato la via auten­ti­ca­mente euro­pea ed è stato cru­del­mente bloc­cato e represso. Il suo ten­ta­tivo è per il momento fal­lito, ma è riu­scito a scon­giu­rare l’espulsione del paese dall’eurozona e, soprat­tutto, sa ora­mai con chi ha a che fare.

Come lo sanno tutti in Europa. Per il momento, l’offensiva greca con­tro il neo­li­be­ri­smo è stata respinta con per­dite. Ma la causa è giu­sta e altri gio­ca­tori si pre­pa­rano a entrare in campo.

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