Ai Weiwei: “Sono un pericolo per il regime di Pechino E se la Cina non cambia finirà per crollare”

Parla l’artista e dissidente cinese Ai Weiwei, arrivato in Germania dopo la sorprendente concessione del passaporto: “C’è troppa pressione nel mio Paese non potrà resistere alla necessità di una svolta”

JÖRG HÄNTZSCHEL, la Repubblica redazione • 7/8/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 606 Viste

MONACO. A I WEIWEI è uno degli artisti più celebri del presente, ma è ancora più noto come critico della dirigenza cinese. Nel 2011 è stato arrestato. Nemmeno dopo il suo rilascio ha potuto lasciare il Paese. Solo la scorsa settimana gli è stato sorprendentemente restituito il passaporto. Lo abbiamo incontrato a Monaco, prima tappa del suo viaggio. Poi si recato a Berlino, dove gli è stato offerto un insegnamento come professore ospite presso l’Università delle arti.
Nel 2009 lei è stato picchiato dalla polizia. Quattro settimane dopo, quando ha allestito la sua retrospettiva, le è stata diagnosticata un’emorragia cerebrale.
Ora si è fatto visitare a Monaco.
«È stata la prima visita da allora. Sembra tutto a posto. Il medico non ha trovato niente di sospetto ».
Ha dei disturbi?
«La mia memoria è diminuita. Non ho più l’energia di un tempo. Ma è normale, alla mia età».
Gli ultimi quattro anni devono essere stati un incubo: 81 giorni di carcere, poi i domiciliari e il divieto di viaggiare.
«Ho subìto tutti i livelli di privazione della libertà. Molte situazioni sono state estreme. Ci sono stati giorni in cui non sapevo dove mi trovassi, di cosa fossi accusato, quale sentenza mi attendesse. Poi sono stato pubblicamente incolpato di questo delitto».
La presunta evasione fiscale…
«Mi hanno detto che la cosa non mi riguardava personalmente. L’imputazione si riferiva a un’azienda per la quale lavoravo. Ma io non rispondo per questa azienda. Peraltro, contro di essa non c’erano prove. Contro di me non sono mai state formulate accuse. Ufficialmente non sono mai stato arrestato, mi hanno solo messo in stato di fermo. Nulla di ciò è documentato. Era strano ».
Le accuse nei suoi confronti non sono mai state ritirate?
«No. Alla fine hanno detto che l’azienda deve effettivamente allo Stato delle tasse. Ma nessuno le ha mai rchieste. Era tutto inventato. Vogliono rovinarti credibilità e reputazione. In Cina fanno così, con i prigionieri politici».
Ha riottenuto il passaporto. A quali condizioni?
«Quasi nessuna. Mi hanno anche garantito che posso tornare, cosa per me molto importante. Hanno detto: lei è un uomo libero ».
E le altre limitazioni?
«Le restrizioni sono sempre più lasche. Per esempio, non hanno vietato le mie mostre in Cina. Solo negli ultimi due mesi sono state cinque. Le hanno guardate, ma non sono intervenuti. Il giornale di Stato, il Global Times , ha perfino citato il mio nome. Ai Weiwei è benvenuto, hanno scritto, la smetta di immischiarsi criticamente nella politica e cominci a fare arte per gli uomini».
Qui viene sorvegliato dalle autorità cinesi?
«Ovviamente. Controllano quello che dico e faccio. Ma è molto diverso da prima. L’atmosfera è più aperta. Ora si può parlare un po‘ di più con la gente».
L’allentamento delle restrizioni a suo carico è stato sorprendente. Di recente sono state arrestati centinaia di attivisti per i diritti umani.
«Sì, ci sono casi di un modo di procedere alquanto totalitario. Ma è molto diverso da un arresto. I fermati sono messi al corrente delle accuse nei loro confronti. Sono i tribunali a decidere del loro trattamento. Le autorità non si muovono più al di fuori della legge. Naturalmente la polizia ha diritto di arrestare i sospetti, anche se spesso è solo una tattica per controllarli».
Tuttavia, sembra incombere un’era glaciale.
«Questa impressione deriva dalla campagna anticorruzione del presidente Xi Jinping. Produce enormi tensioni, perché non vogliono perdere in nessun caso il controllo. Al più piccolo segno di inquietudine intervengono. Del resto, questa campagna è stata proprio necessaria. La palude doveva essere prosciugata quanto prima».
Riesce a capire perché il governo ha agito con tanta durezza?
«Certo. La struttura sociale della Cina è molto fragile. Se cede un po‘, può crollare tutto. Lo so, può sembrare sconcertante. Ma non c’è una cultura sociale moderna. Non c’è individualismo, libertà di parola, autonomia personale. Non ci sono strutture sociali nelle quali si possano articolare gli interessi, chiese o sindacati. In alto c’è l’imperatore, in basso una massa senza volto: è ancora così».
Per questo uno come lei è così pericoloso.
«Io sono estremamente pericoloso. Lo Stato ha conservato troppo a lungo questa forma di società. Non può tollerare opinioni divergenti. Non può nemmeno concedere la possibilità che da qualche parte prenda forma un nuovo potere».
Dal punto di vista dello Stato non sarebbe più intelligente lasciarla in pace e puntare sulla ricerca di un suo accomodamento, come è avvenuto con altri artisti ?
«Loro sono indifferenti alle questioni sociali. No, con me non funzionerebbe mai».
Una anno fa ha detto che suo figlio avrebbe visto una Cina democratica. Ne è ancora sicuro?
«Sono sempre troppo ottimista e ingenuo. Da qui viene la mia passione, la mia forza. La Cina deve cambiare. Il Paese non immagina nemmeno quanto grandi siano i problemi che gli stanno di fronte. Sul piano economico ha fatto molto. Ma non può spegnere il bisogno di libertà. Prima o poi la pressione diventa troppo forte e tutto esplode. Senza fiducia, nessun regime è in grado di resistere a una crisi. La grande questione è come in Cina possa sorgere una società moderna. Su questo non c’è alcun dibattito».
Come guarda lei agli ultimi quattro anni?
«La mia vita è stata piena di incertezze e di pericoli. Oggi è molto più sicura. So molto più su di loro, e loro sanno più su di me».
Cosa intende?
«Come singolo individuo, spesso si vedono le cose in termini troppo semplici. Solo con il tempo ci si accorge dell‘umanità. La si può trovare dappertutto. I rappresentanti dello Stato non sono diversi da me. Anche loro sono uomini, solo che lavorano all’interno di una struttura politica esociale. E questo li limita».
Il problema era la mancanza di reciproca comprensione?
«Io sono un artista. La comunicazione è importante per rendere comprensibile all’altra parte il mio lavoro. Per spiegargli che anche loro fanno parte della società e trarranno vantaggio da un suo cambiamento. Di questo mi sono sempre più persuaso, e adesso loro hanno un atteggiamento molto più positivo nei miei confronti ».
Mi sorprende il modo in cui lei descrive tutto ciò.
«Perché?»
Se il mio governo mi togliesse senza motivo la libertà, alla fine farei fatica a dire: li capisco. Direi: che delinquenti! Sono ingiusti, sono stupidi.
«Non sono affatto stupidi. In questo Stato moltissimi si danno da fare. Il sistema è sbagliato. Per questo non vanno avanti. Ma anch’io devo essere cauto. È facile distruggere qualcosa, ma poi non è detto che venga fuori qualcosa di meglio. Si deve lavorare tenendo conto della situazione. Questo è molto più difficile che demonizzare l‘avversario. È stata appunto questa la loro tattica ».
Dice che ora le autorità hanno un’immagine più corretta di lei. Cosa intende?
«Sanno che io voglio fare della Cina un Paese migliore, che mi preoccupo per le giovani generazioni. C’è una base di fiducia, altrimenti non autorizzerebbero le mie mostre, le mostre dell’ex nemico dello Stato, e non mi avrebbero restituito il passaporto».
Ha avuto contatti con esponenti del governo?
«Mai. Sempre solo con i gradi più bassi della gerarchia. Dopo tutti questi anni, non so nemmeno chi ha in mano il mio caso. So solo che deve essere uno di livello molto elevato. Ma si può riconoscere il loro metodo. Sono cauti, seguono le prescrizioni affinché tutto proceda senza intoppi».
Come è riuscito a conservare la sua salute mentale?
«Una cosa del genere può facilmente distruggere un cervello. Ho la fortuna di essere un artista. E ho avuto un grande sostegno dalla mia famiglia e dalle centinaia di migliaia di persone che credono in me. Sento una responsabilità nei loro confronti. Voglio aiutarli. E devo essere prudente, per non metterli in pericolo».
In pericolo?
«Un medico vuole uccidere soltanto la malattia, non il paziente. Deve attendere l’organo dal donatore giusto, con il gruppo sanguigno giusto. Oggi occorre procedere con molta maggiore cautela. Non è più così semplice distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato».
Lei non è sempre stato così prudente.
«Sono come un albero, cresco ».
Ha paura di non poter tornare indietro?
«Non ho paura. Quello che capita a me non ha importanza. Chiedo soltanto una vita normale. Voglio dire e fare cose che aiutano la nostra società. Non solo criticare, ma anche offrire soluzioni. Odio la gente che pensa di essere migliore. Ci sono sempre problemi e sempre soluzioni. Se non conosco alcuna soluzione, perché dovrei parlare del problema? »
© Süddeutsche Zeitung (Traduzione di Carlo Sandrelli)

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