Dagli africani lezione ai rumeni “Ribellatevi ai caporali ”

Foggia,i neri fanno scuola sindacale Martina:subito il piano del governo beni confiscati a chi sfrutta sui campi

GIULIANO FOSCHINI, la Repubblica redazione • 28/8/2015 • Buone pratiche e Buone notizie, Copertina, Lavoro, economia & finanza, Salute & Sicurezza sul lavoro • 764 Viste

RIGNANO GARGANICO (FOGGIA).
Ha cominciato F.B., maliano, 27 anni. Si è tagliato mentre era al lavoro, hanno provato a tacitare tutto e allora lui ha denunciato caporale e azienda per cui lavorava. Per un anno non è riuscito a mettere piede in un campo, ma ora, in silenzio, ha ripreso. E allora hanno cominciato a seguirlo anche suoi connazionali, amici, «una decina almeno» dicono gli operatori della Caritas, che meriterebbero il premio Nobel per quello che fanno qui ogni giorno, «hanno denunciato. E sono gli unici». Nella terra di Giuseppe Di Vittorio ci sono lavoratori che hanno deciso di alzare la testa. Sono africani, vivono per lo più in questo ghetto illegale che in realtà è legale – una baraccopoli da duemila persone nel mezzo della Capitanata- e in nome di una legge naturale, hanno deciso che non tutto si può fare.
«La paga deve essere di 3,50 euro a cassone. Non di meno» spiegano al ghetto di Rignano. «Altrimenti nessuno va al lavoro e i pomodori rimangono per terra». In realtà il problema nasce dagli altri abitanti di questa terra – bulgari, rumeni- che arrivano dai loro Paesi attratti da annunci sui giornali che promettono lavoro e poi vengono inghiottiti dai loro stessi sogni, schiavizzati da quella che sembrava speranza. «Ci troviamo di fronte a situazioni agghiaccianti – ammette Concetta Notarangelo, una delle anime della Caritas in questa terra – dormono sotto gli alberi, con i documenti sequestrati, lavorano a debito, assistono e si sottopongono a cose indicibili, e spesso ci sono anche i bambini». Scuote la testa e prende fiato. «Non denuncia nessuno, hanno troppa paura, non denuncia nessuno ».
E accettano anche paghe minime, loro e anche alcuni italiani, anche due euro per un cassone. Per questo nei giorni scorsi in una riunione del collettivo Campagne in lotta, centri sociali dell’agricoltura – i ragazzi africani hanno fatto una sorta di scuola sindacato ai comunitari. E anche ad alcuni braccianti e trasportatori italiani che denunciavano di essere strozzati dalle mani del caporalato. «Con quel prezzo del pomodoro così basso – dicono – è impossibile non sfruttare i lavoratori. Eppure guardate nei campi: ovunque ci sono macchinari nuovi di zecca».
Anche per questo ieri il governo ha annunciato il nuovo pacchetto contro il caporalato. «Entro 15 giorni – ha detto il ministro Maurizio Martina- prepareremo un pacchetto per un piano d’azione organico e stabile». L’idea – così come annunciato in una lettera a Repubblica – di Martina e del collega alla Giustizia Andrea Orlando, è «predisporre un atto legislativo rivolto alla confisca dei beni per le imprese che si macchiano del reato di caporalato. Si sta anche pensando a una forma di assistenza legale per i braccianti che denunciano lo sfruttamento ». Tra le iniziative anche la possibilità di individuare una responsabilità in solido per chi sfrutta il lavoro nero. E di introdurre l’obbligo di comunicazione preventiva degli operai agricoli a tempo determinato e un’ipotesi di lavoro sul trasporto pubblico dei braccianti, coinvolgendo anche le Regioni. Al momento infatti la legge viene aggirata non computando le giornate effettive di lavoro, in modo da sottopagare i braccianti. Tra le idee, anche quella di un bollino di qualità per le aziende. L’iniziativa era stata provata in Puglia lo scorso anno, presentata in grande stile. Non ha aderito nemmeno un’impresa.

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