Dalla Siria ad Atene, l’ultima fuga disperata

Profughi. Cinque anni di guerra anno esaurito i risparmi e le possibilità di sopravvivere. Mentre il Libano caccia i profughi

Carlo Lania, il manifesto redazione • 14/8/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 723 Viste

Non più spinti a fug­gire dalla spe­ranza di riu­scire a costruirsi un futuro in Europa, ma costretti a farlo dall’impossibilità di poter restare ancora nei Paesi in cui si tro­vano. In Siria come in uno degli Stati con­fi­nanti dove già vivono come pro­fu­ghi.
Gli arrivi in massa che si veri­fi­cano ormai da molte set­ti­mane nelle isole gre­che sono solo l’ultima con­se­guenza del con­flitto siriano giunto ormai quasi al suo quinto anno. Le migliaia di per­sone che sbar­cano a Kos ma anche a Lesvos, Chios, Samos e Leros, si sono lasciate defi­ni­ti­va­mente alle spalle il sogno di poter tor­nare, magari in un giorno lon­tano, a vivere nelle pro­prie case. Sono l’ultima ondata di dispe­rati, se si vuole i più tenaci, quelli che hanno resi­stito fino a quando hanno potuto in uno dei campi pro­fu­ghi alle­stiti oltre il con­fine ma che ormai, nono­stante la gene­ro­sità dei Paesi ospi­tanti, sono sem­pre più pre­cari. Fami­glie spesso com­po­ste solo da donne e bam­bini (per­ché l’uomo è morto oppure è par­tito prima nella spe­ranza di tro­vare all’estero una siste­ma­zione dalla quale poter chia­mare moglie e figli) che par­tono diret­ta­mente da una Siria mar­to­riata in cui le spe­ranze di paci­fi­ca­zione sono sem­pre più labili. Per tutti e su tutti pesa inol­tre un altro fat­tore impor­tante: «Cin­que anni di guerra hanno esau­rito i risparmi e qual­siasi altra risorsa uti­liz­zata fino a oggi per soprav­vi­vere» spiega Bar­bara Moli­na­rio dell’Unhcr, l’Alto com­mis­sa­riato dell’Onu per i rifu­giati. Ten­tare la sorte in mare è dun­que l’ultima pos­si­bi­lità. «I pro­fu­ghi che arri­vano in Gre­cia sono di nazio­na­lità diverse rispetto a coloro che chie­dono asilo in Ita­lia», pro­se­gue Moli­na­rio. «Ad esem­pio non ci sono sub­sa­ha­riani, ma sono pra­ti­ca­mente tutti siriani, più del 60%, afghani e ira­cheni. Solo il 12% appar­tiene a nazio­na­lità diverse. Per­sone che fug­gono da con­flitti e che vanno quindi con­si­de­rati rifu­giati, nes­sun migrante eco­no­mico. Seguono la rotta più breve, quella che dalla Siria passa per la Tur­chia e da lì, infine, in Gre­cia».
Sono più di 4 milioni (4 milioni 13 mila) i siriani oltre con­fine, allog­giati da anni in campi alle­stiti in Tur­chia (1.805.255), Libano (1.172.753), Gior­da­nia (629.128), Iraq (251.690) ed Egitto (132.375), ai quali vanno però som­mati altri 7,6 milioni di sfol­lati pre­senti all’interno del Paese, metà dei quali bam­bini, dif­fi­cili da rag­giun­gere, e quindi da assi­stere, anche per le orga­niz­za­zioni inter­na­zio­nali. «Si tratta della più grande popo­la­zione di rifu­giati pro­ve­niente da un unico con­flitto in una gene­ra­zione», ha denun­ciato un mese fa Anto­nio Guter­res, Alto com­mis­sa­rio dell’Onu per i rifu­giati. «Una popo­la­zione che ha biso­gno di soste­gno dal resto del mondo, ma che invece vive in con­di­zioni ter­ri­bili e spro­fonda nella povertà».
Fino a ieri poteva con­si­de­rarsi for­tu­nato chi era riu­scito a tro­vare posto in un campo all’estero. Le cose, però, stanno cam­biando anche per loro. Più di un mese fa il governo liba­nese ha deciso, senza for­nire nes­suna spie­ga­zione, un ina­spet­tato giro di vite nei con­fronti dei siriani. Eser­cito e forze di sicu­rezza sono inter­ve­nuti in 95 campi nei pressi del con­fine siriano sgom­be­rando circa 6.000 pro­fu­ghi in mag­gio­ranza donne e bam­bini. Un inter­vento duris­simo — denun­cia sem­pre l’Onu — che Bei­rut non ha moti­vato in alcun modo ma che ha attuato dando un pre­av­viso di appena 48 ore. E che rischia di non essere l’unico. Il risul­tato è che altre migliaia di dispe­rati non hanno più nean­che una tenda nella quale ripa­rarsi e si tro­vano ora nella situa­zione di non poter tor­nare in Siria né di restare in Libano.
Le imma­gini di que­sti giorni dimo­strano come anche per chi ce la fa a rag­giun­gere la Gre­cia le dif­fi­coltà non siano finite. I pro­fu­ghi arri­vano un Paese costretto a fare i conti con la crisi eco­no­mica e in cui, nono­stante gli sforzi, tro­vare risorse per i migranti rischia di essere dav­vero l’ultimo dei pro­blemi. Ci sarebbe biso­gno di aumen­tare la capa­cità di acco­glienza per i richie­denti asilo e per i minori non accom­pa­gnati che oggi pos­sono con­tare su soli 1.100 posti. Ma anche di acce­le­rare le pro­ce­dure per la richie­sta di asilo: dall’inizio di giu­gno fino a oggi solo 6.600 per­sone hanno infatti potuto farlo.

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