Dilemma della Fed sui tassi l’intervento ora si riavvicina

Dilemma della Fed sui tassi l’intervento ora si riavvicina
NEW YORK . Lo chiamano il dilemma della Federal Reserve. Sperano che si sciolga domani a Jackson Hole, bella località di vacanze sulle Montagne Rocciose, nel Wyoming. Ma non è detto che il raduno estivo di banchieri centrali porti risposte definitive. Tanto più che mancherà la presidente della Fed, Janet Yellen, sostituita dal suo vice Stanley Fischer. Due sedute di rialzo di Wall Street sono state in larga parte provocate da una scommessa: che la Fed rinunci ad alzare i tassi a settembre.
La Borsa ama il denaro a buon mercato, se viene prolungata l’attuale politica del tasso zero è una buona notizia. Gli scossoni provocati dalla Cina avevano fornito un argomento agli ottimisti, convinti che la Fed rinvierà la mini-stretta monetaria (proprio “mini”, si tratterebbe in verità di un +0,25%).
Ma ieri un’altra buona notizia è venuta a scombussolare le attese. Il Pil americano del secondo trimestre è stato rivisto al rialzo. Ora risulta che la crescita sia stata +3,7% anziché +2,3%. E’ una differenza sostanziale. Una prova che l’economia Usa gode di buona salute. Dietro quella revisione c’è una maggiore vitalità di consumi, investimenti, occupazione. Ma questo può indurre la Fed a decidere che è giunta l’ora di tornare alla normalità, di chiudere la lunga parentesi della politica monetaria “di emergenza”, quindi di tornare a rendimenti leggermente positivi.
Prevarrà per la Fed l’attenzione alla salute dell’economia domestica, oppure la preoccupazione per le turbolenze internazionali e cioè il rallentamento della Cina, la crisi di altri emergenti, il calo delle materie prime? E’ questo il tema che catalizza l’attenzione dei mercati, dopo due sedute positive che hanno solo parzialmente attenuato le perdite subite tra venerdì e martedì. Ieri Wall Street cominciava a dubitare delle proprie certezze. Né si può scommettere che il weekend fornirà certezze nuove. Jackson Hole è un seminario di riflessione tra banchieri centrali di tutto il mondo, non è un’istanza dirigente della Fed. Non è la sede istituzionale dove si prendono decisioni. Anche se si spera che Fischer voglia dare qualche elemento di orientamento ai mercati.
Resta un dato dominante: sulla scena economica globale sembrano esserci solo loro, i banchieri centrali. L’azione dei governi è latitante. In America vi è un’ingovernabilità di fatto; quand’anche Barack Obama volesse fare qualcosa il Congresso repubblicano direbbe no. E l’America comunque ha l’economia meno malconcia del pianeta. L’Europa è bloccata nell’austerity, come un disco rotto che ripete la stessa musica da 6 anni.
In Cina qualsiasi cosa faccia il governo, la disfa dopo poco: le misure prese per fronteggiare il crac di Borsa sono state contraddittorie. Con l’unica eccezione, per l’appunto, della banca centrale cinese che ha usato tre strumenti classici: svalutazione del cambio; riduzione dei tassi d’interesse; aumento della liquidità attraverso un allentamento delle riserve bancarie.
Ora anche in America la parola è alla banca centrale, l’unico attore istituzionale in grado di decidere qualcosa. Latitanza dei governi e ruolo di supplenza svolto dai banchieri centrali, non sono novità di questi ultimi giorni; al contrario sono quasi una costante dalla crisi del 2008 in poi. Con un paio di eccezioni significative, ma di breve durata, a Washington e a Pechino: fu all’inizio del 2009 che le due superpotenze mondiali vararono quasi simultaneamente due maxi-manovre di dimensioni pressoché identiche (circa 800 miliardi di dollari), investimenti pubblici per salvarsi dalla depressione. Misure efficaci anche se solo parzialmente.
La maxi-manovra americana ebbe effetti benefici ma ex-post viene giudicata insufficiente da molti esperti; inoltre venne seguita da un periodo di paralisi delle politiche di bilancio poiché i repubblicani conquistarono la maggioranza alla Camera a fine 2010.
La maxi-manovra cinese ha consentito che la Repubblica Popolare evitasse una recessione, e tuttavia ha ingigantito un altro problema: l’eccesso di investimenti in infrastrutture, con correlate sofferenze bancarie per i molti progetti faraonici che si rivelano improduttivi. In quanto all’Europa, la politica di bilancio è un “segno meno” disastroso, l’austerity ha provocato ben due ricadute nella recessione.
In America allo stallo tra Obama e il Congresso ha supplito fin dal dicembre 2008 una innovativa politica della Fed, il “quantitative easing”.
La Bce ci è arrivata con sei anni di ritardo, ma dall’inizio del 2015 applica la stessa ricetta: sacquista bond, genera liquidità. Ora le armi a disposizione delle banche centrali si stanno consumando?


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